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Desmond John Morris, l'etologo che vide nell'uomo una scimmia nuda

Morto lo scienziato che per primo studiò i comportamenti umani da un punto di vista zoologico. Fu attaccato da più fronti i un periodo di contestazioni e rivoluzioni annunciate
di Corrado Ocone martedì 21 aprile 2026

4' di lettura

Era il 1967, un periodo di contestazioni e rivoluzioni annunciate. Lui, Desmond John Morris, morto l’altro ieri a 98 anni nella sua casa irlandese di Naas, la sua rivoluzione la fece quell’anno in modo silenzioso, senza contestare, con aplomb inglese e piglio da scienziato.

Come ricorderà cinquant’anni dopo, nella prefazione a una nuova edizione di un libro che fu subito un successo mondiale, La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo, la reazione del pubblico fu davvero molto forte perché il libro venne considerato scandaloso. Eppure, egli ricorda, non aveva fatto altro che usare il metodo che aveva fino allora applicato agli animali, studiandone il comportamento, estendendolo a «quella specie di insolito primate che è l’homo sapiens».
In verità, lo scandalo era tutto qui: nel considerare l’uomo come una scimmia, la cui differenza specifica era quella di non avere peli, di essere “nuda” appunto. Il libro suscitò tre attacchi virulenti, che furono l’altra faccia del suo successo.

Il primo, il più scontato, fu quello dei religiosi e di coloro che lo accusarono di aver degradato l’uomo, di avergli tolto ogni dignità, equiparandolo agli altri animali. Il secondo attacco fu quello degli scienziati che lo accusarono di aver invaso territori non suoi, cioè non dello zoologo, ma proprio di antropologi, sociologi e psicologi. Il più significativo fu però l’attacco che ricevette dagli accademici, che gli contestarono non il contenuto del libro ma di averlo scritto in modo semplice e senza appesantirlo con note, cioè di aver fatto un libro divulgativo, per il grande pubblico, persino commerciale. Insomma, di aver rotto un’altra barriera dopo quella fra bestie e umani: il muro che divide la scienza seria, che è quella autoreferenziale degli scienziati che vivono in laboratorio, dalle divulgazioni più o meno a buon mercato dei “giornalisti culturali”. Se sia stato un bene o meno aver rotto questa barriera, è controverso.

DIVULGATORE

Fatto sta che oggi lo scienziato-divulgatore è una figura della nostra quotidianità sociale. E Morris stesso non si è ritratto a diventarne il paladino, con tanti dei suoi libri successivi, le ospitate televisive, gli interventi sui giornali e i progetti divulgativi. Al centro dei suoi lavori c’è sempre l’idea che «i nostri geni non solo influenzano il colore dei nostri occhi e altre nostre caratteristiche anatomiche, ma giocano una parte importante anche nel determinare come ci comportiamo». Questa idea Morris l’ha declinata in mille modi e in diversi ambiti e l’ha consegnata in libri tutti avvincenti. Un vero classico può essere considerato, ad esempio, La tribù del calcio, uscito nel 1981, in un periodo in cui gli stadi inglesi erano diventati pericolosi per la presenza di veri e propri clan di tifosi violenti, i cosiddetti hooligans, che più che alle partite erano interessati ad aggredire le opposte tifoserie e a mettere a ferro e fuoco città e campi di gioco. Morris analizza i comportamenti, il modo di vestirsi e riconoscersi, i miti e i riti, di questi gruppi organizzati e li riconduce ad un’atavica aggressività di gruppo che era propria delle orde primitive ed ancora oggi di molti animali cacciatori.

Sublimando il football queste pulsioni, si può dire che in generale gli uomini si siano trasformati da cacciatori a “calciatori”. La persistenza di comportamenti primitivi segnala delle sacche di resistenza all’addomesticamento di certe pulsioni a cui ci ha portato l’evoluzione. Un’opera di successo fu anche Lo zoo umano, del 1969, metafora ardita ma comprensibile in chi, dopo la laurea in zoologia a Birmingham e il dottorato ad Oxford, aveva curato un’intera sezione dello zoo di Londra per conto della Società zoologica della capitale inglese.

Una particolare attenzione Morris ha dedicato alla gestualità umana, riconducibile in più punti a quella degli animali ed espressione istintuale non solo di bisogni corporei ma anche di inclinazioni mentali: L’uomo e suoi gesti: la comunicazione non-verbale nella specie umana, del 1977; I gesti: origini e diffusione, del 1979; I gesti nel mondo: guida al linguaggio universale, del 1994.

Sarebbe impossibile ricordare qui i titoli della sua vastissima bibliografia. Più opportuno è forse far menzione di una seconda sua attività, quella di pittore, continuata fino agli ultimi giorni. Appartenente alla corrente del surrealismo, Morris è conosciuto anche per aver dipinto forme biomorfiche, cioè animali non esistenti ma potenzialmente possibili in quell’immenso zoo che era per lui l’ambiente terrestre. Aveva anche organizzato nel 1957 una mostra di dipinti e disegni fatti da scimpanzé: piacque così tanto a Picasso che ne acquistò uno. Come ha sottolineato il figlio Jason, che ha dato notizia della sua morte, Morris fu prima di tutto un uomo curioso che amò la vita.

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