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Per il 25 aprile fanno pure il processo a D'Annunzio

La giornalista Sara Menafra a Omnibus su La7 accusa: oggi per la destra si deve parlare di Fiume e non della memoria della Resistenza
di Annalisa Terranova giovedì 23 aprile 2026

4' di lettura

Non è 25 aprile se non c’è polemica anti-governo. Questo è lo spirito giusto, a sinistra, per affrontare la ricorrenza. Così, se l’anno scorso fu l’invito a festeggiare con sobrietà la Liberazione data la concomitanza con il lutto nazionale per la morte di papa Francesco ad accendere gli animi a sinistra, quest’anno si ripiega su La Russa e sul fatto che vuole rendere omaggio ai morti della parte sconfitta e di quella vittoriosa. Ai morti, italiani, non alle ideologie. Ma la differenza pare sfuggire ai più. La Russa torna nel mirino delle retoriche progressiste, dunque, anche se un anno fa, al termine degli interventi per la commemorazione dell’80esimo anniversario della Liberazione, il presidente del Senato aveva invitato l’Aula ad alzarsi in piedi per ricordare «tutti i caduti di quella terribile fase della nostra storia». Tutti i morti, appunto, esattamente quello che ha ribadito quest’anno. I morti di cui scrisse Cesare Pavese ne La casa in collina, esseri umani e non più nemici.

La vis polemica caratterizza la vigilia del 25 aprile. La giornalista Sara Menafra a Omnibus su La7 accusa: oggi per la destra si deve parlare di Fiume e non della memoria della Resistenza. Questo mantra nasce dal fatto che è di recente uscito il film Alla festa della rivoluzione che è ambientato a Fiume durante l’impresa dannunziana ma non è un film su Fiume. Poiché ha ricevuto fondi dal Mic si è voluto vedere in questo prodotto cinematografico un investimento culturale, addirittura quasi revisionista, da parte del governo. Basterebbe vedere il film per capire che si tratta di una tesi del tutto infondata. Mussolini è un bieco traditore mentre i bolscevichi e i loro emissari sono coraggiosi idealisti.

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Su Fiume nulla è spiegato e nulla si vede, tranne orge, balli e fiumi di cocaina. Nulla sulla conclusione dell’esperimento di Fiume, la “città olocausta”, il “faro di luce in un mare di abiezione”, che si concluse a partire dalla vigilia di Natale del 1920, quando il generale Enrico Caviglia ordinò l’attacco contro i legionari. Gabriele D’Annunzio rassegnò le dimissioni il 28 dicembre, dopo che era stata respinta dal generale Ferrario la richiesta di una tregua per far uscire dalla città vecchi, donne e bambini. Il 31 dicembre ad Abbazia viene firmata la resa e viene posta fine alla Reggenza Italiana del Carnaro. «È una bella notte funebre, o compagni. Laggiù, ad Abbazia, verso sera fu compiuto pulitamente l’assassinio della città. La città assassinata non urla più, nel suo buio inerte, sotto la pioggia molle».

Molti i personaggi che condivisero l’utopia dannunziana: tra i tanti, vale la pena di citare Luigi Bertelli, il papà di Gianburrasca, Giovanni Host Venturi, il socialista Alceste De Ambris autore della Carta del Carnaro, Ettore Muti, che fu tra gli uscocchi che parteciparono all’arrembaggio del piroscafo Cogne, il futurista Federico Pinna Berchet, Marinetti, l’ardito Mario Carli. Fra tutti quella di Guido Keller è sicuramente la figura più originale: era vegetariano, dormiva sugli alberi, faceva uso di cocaina, il suo animale domestico era un’aquila. Quando comprese che per Fiume era finita tentò di partire per Spalato per far insorgere i Dalmati. Con un aereo recuperato allo scopo prima volteggiò su Roma lasciando cadere una rosa bianca sul Vaticano, sette rose rosse sul Quirinale (Ala, azione nello splendore, alla regina e al popolo d’Italia) e un pitale pieno di rape sulla Camera dei deputati (Guido Keller dona al Parlamento e al governo la tangibilità allegorica del loro valore...). Morì a 37 anni, nel 1929, in un incidente stradale.

Non vi è dubbio che gli italiani più illustri guardarono a Fiume con speranza: visi recò per un concerto benefico Arturo Toscanini, Guglielmo Marconi mise a disposizione la sua nave Elettra affinché D’Annunzio lanciasse il suo messaggio al mondo dalla città punto di riferimento di tutti gli “uomini liberi”. Il fiumanesimo anticipò certamente il fascismo per la sua visione di robusta rottura con lo stile di vita borghese e con un mondo percepito come corrotto e in rovina. La causa fiumana divenne la causa dei popoli in lotta: grazie alla svolta internazionalista di D’Annunzio Fiume fu tra i primi stati a riconoscere l’Unione sovietica e riconobbe anche l’Irlanda come nazione indipendente. «Tutte le insurrezioni dello spirito contro i divoratori di carne cruda si riaccenderanno alle nostre faville che volano lontano...».

Esperienza anticipatrice in numerosi aspetti, l’avventura di Fiume si concluse con italiani che uccidevano altri italiani: 22 legionari morti, 25 militari, sette civili. Nell’orazione funebre al cimitero di Cosala D’Annunzio evocò la riconciliazione, la stessa che ancora oggi tarda ad arrivare, la stessa rifiutata dai paladini del “25 aprile è cosa nostra”. «Li abbiamo tutti ricoperti con lo stesso lauro e con la stessa bandiera. L’aroma del lauro vince l’odore tetro, e la bandiera abbraccia la discordia».

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