Da bravo bergamasco ho sempre cercato di farmi piacere I Promessi Sposi. E con poco sforzo, a dire il vero: come non apprezzare il Grignapoco, bergamasco ancora più “bravo” di me, o l'orgoglioso pescatore orobico il quale, a Renzo che gli chiede quale sia quel paese laggiù oltre l’Adda, piccato risponde: «La città di Bergamo»? E divertente è la delusione dei bergamaschi, sul finire della storia, quando scoprono che Lucia non è neanche ‘sta grande bellezza. Li amavo perché avevano un’aria di casa, come le polpette di Tonio e Gervaso. Ma capirci qualcosa davvero, nel romanzo, comprendere perché quello di Manzoni è un grande libro e non solo un lungo compito delle vacanze, ho cominciato a farlo a quarant'anni suonati; e grazie a un altro grande libro che ne è quasi l’opposto.
Nel 2010, o giù di lì, ho riletto tutta la trilogia di Dumas sui Moschettieri. Romanzi popolari quanto quello di Manzoni è letteratura alta. Libri di un progressista: Dumas, figlio di un generale mulatto agli ordini della Rivoluzione, fu uno dei finanziatori dell’impresa dei Mille. Eppure, quando scriveva era stranamente nostalgico, persino reazionario. Poi mi spiego. I due romanzi, Promessi sposi e Tre Moschettieri, oltre che scritti grossomodo nello stesso periodo storico, narrano vicende quasi coeve: D’Artagnan passa da Meung agli inizi di aprile 1626, Don Abbondio fa il suo spiacevole incontro coi bravi il 7 novembre 1628.
Ho cominciato perciò a immaginare un esperimento mentale. Chi è D'Artagnan se non un don Rodrigo simpatico? Sciupafemmine, sempre pronto a sfoderare la spada prima di accendere il cervello, ossessionato dall'onore. Se il parallelo con don Rodrigo non vi convince, provate con il suo doppio, fra Cristoforo: anche lui impetuoso, anche lui con la spada facile, anche lui capace di uccidere un uomo pur di non scendere dal marciapiede.
Dumas padre e Manzoni sono entrambi in qualche modo scrittori dell’età romantica, quando l’ancien régime sta crollando e la Restaurazione non riesce a restaurarlo. I romantici sono stati i primi a trovarsi davanti al fatto compiuto: una civiltà era scomparsa, con la sua gerarchia sociale che dava a ognuno il suo posto ben definito nel mondo. Alla fine del XVIII secolo tutto ciò non funziona più e qualcuno cerca nuove vie. Soprattutto, si tentano nuove definizioni della identità delle persone. Si comincia a parlare di “nazione” e “società”. Qualcuno, come Gobineau, propone la “razza”.
Altri, come il suo amico Tocqueville, non propongono nulla ma osservano. E vedono nel presente al di là dell’oceano, e presto nel futuro anche dell’Europa, l’avanzare di altre due entità: “democrazia” ed “eguaglianza”. Dumas guarda indietro, scruta il Seicento con nostalgia. È democratico ma la democrazia e l’uguaglianza messe insieme hanno il potere spesso di spegnere i desideri, congelare l’ambizione, frustrare l’eroismo. Dumas come molti dopo di lui sentirà il bisogno di una menzogna romantica.
Manzoni invece guarda avanti al mondo che sta arrivando, quello che sarà annunciato da Tocqueville a partire dal 1835. E don Lisander fa una scelta radicale: i suoi eroi non sono nobili ma nemmeno proletari. Renzo e Lucia vengono dal ceto artigiano cioè dall’ex Terzo Stato che si differenzia sempre più per effetto delle strutture sociali e sempre meno per via della uguaglianza e della nazione. Mentre Dumas, amico di Garibaldi, sognava eroi dell'ancien régime, il milanese scrive la storia di due ragazzi del popolo, due come tanti. Vero che pure nel Manzoni c’è una nobiltà: il cardinale Borromeo, fra Cristoforo, l'Innominato redento. Ma questo modo di vedere la religione, il desiderio e la verità romanzesca rendono Manzoni più moderno non solo di Dumas ma di tanti altri che sono venuti dopo. Ho avuto bisogno di quarant'anni e un romanzo di cappa e spada per capirlo.