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Teatro, in scena a Roma “il gioco delle forme”: l’assurda (ma didascalica) storia di un uomo incinto

di Daniele Priori sabato 16 maggio 2026

3' di lettura

Nella piece interpretata da Bruno Petrosino la disperante “surrealtà” di una vita troppo amara per essere tramandata

Immaginate un uomo incinto che gioca coi Lego della vita a costruire forme. Iscrivendole (o provando a farlo) nel cerchio della vita. Ma cos’è la vita e quale il suo senso, la sua direzione, il suo livello? Qual è la realtà e quale il sogno o incubo che dir si voglia? Il gioco delle forme, dramma della “surrealtà”, scritto e diretto da Stefano Ferrara prova a rispondere (o forse no) agli abnormi quesiti in questo fine settimana in cui l’opera sta vivendo a Roma per la prima messinscena grazie alla magistrale prova d’attore di Bruno Petrosino, già rivelazione, ora esponente affermato del teatro underground capitolino. Forse la forma più bella di Resistenza culturale, quella dei teatri off. Che per cercarla bisogna andare oltre la superficie. Penetrare il ventre di una città troppo persa a lodarsi e far innamorare il mondo intero della sua “grande bellezza”.

Una città che ha un sopra ma anche un sotto. Un fuori ma anche un dentro complesso. A volte molto interessante. Come la catacomba laica che è il Teatrosophia in via di Vetrina, cuore del Rione Ponte, dove in questa piovosa primavera ha trovato giusto rifugio il testo surreale quanto tragicamente attuale di una piece drammatica che prende forma in un monologo lungo oltre un’ora e mezza. Folle quanto intimo. Ironico quanto disperato. Sussurrato quanto urlato. Logorroico quanto ermetico.

È la storia, decisamente non binaria, di Emidio Desderi,  barbuto e complessato maschio misantropo, perso nella kafkiana solitudine metropolitana di una stanza. Chi conosce il percorso di Petrosino non può non ripensare a un altro drammatico soliloquio portato in scena dall’interprete romano, Cartoline da casa mia sulla sindrome hikikomori. Solo che ora l’adolescente è cresciuto, come la sua disperazione e incapacità a rapportarsi con un mondo fatto di “mani illustri”. Un racconto immerso nella schizofrenia esistenziale del nostro presente in cui ci si illude di essere liberi ma costantemente - come e forse peggio che nel passato - si ricade nei cliché, nei pregiudizi, nella mamma che stira e piange e in un futuro segnato dall’assurdo in cui l’unico altro contatto con la disperante realtà là fuori è il dannato mondo del lavoro, divenuto non meno assurdo del pensiero di un uomo gravido che sopravvive senza spiegazioni al suo stesso mistero. Vita impensabile e violenta, in cui anche il sesso, omo o eterosessuale poco importa, perde il suo fascino ed è rappresentato come ginnastica, al massimo ritmata a tempo di musica.

Un’esistenza in cui Emidio è incapace di darsi pace e trovare speranza per sé, figurarsi se potrà mai offrirla a quell’inatteso fagottello di vita, inizialmente scambiato per un gonfiore. Invece no. Era un bambino. Di cui non si celebra nulla se non la liberazione che trova rifugio non in un cielo di cui la stanza è priva e l’immaginazione ancor di più. Meglio gli abissi e quel mare profondo dove almeno i cavallucci marini, meglio degli umani, hanno trovato una logica senza isterismi e pregiudizi verso una vita che, in un modo o nell’altro, non cede alla morte. Purché si riesca ad uscire da quello squallido monolocale in cui semmai abbandonare il peggio del mondo e dare vita a quella creatura altrimenti già condannata a una diversità troppo grave per essere vissuta.

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