È vasto e spiazzante l’orizzonte culturale a cui il Papa ha guardato per redigere la sua prima, lunghissima, enciclica. Alto e basso, filosofia e teologia, saghe cult e film da Oscar e poi pittura e musica, martiri, pedagogisti e scienziati. Non sorprende che faccia riferimento a molti predecessori, tra cui Leone XIII e la sua Rerum Novarum, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.
Era prevedibile, per lui che è agostiniano, il richiamo - per quattro volte - al pensiero di Sant’Agostino, così come il riferimento - per tre volte - a San Tommaso. Non stupisce il rimando ai martiri «della fraternità e della giustizia», come Massimiliano Kolbe, Oscar Romero, Enrique Angelelli, Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Del tutto inattesa invece la citazione tratta da Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien.
Per spiegare qual è la nostra responsabilità, Prevost si lascia ispirare dall’universo fantasy tolkeniano e in prarticolare da Gandalf, lo stregone inviato per unire i popoli della Terra di Mezzo, l’incarnazione delle forze del bene. «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare», è la frase che Tolkien fa dire a Gandalf e che Leone XIV mutua nell’enciclica. «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione», sottolinea il Pontefice subito dopo. L’enciclica attinge anche al premio Oscar Stephen Spielberg e al film Schindler’s List nell’invito «a non consegnare il passato all’oblio». Guernica, lo straziante dipinto di Picasso, viene evocato come denuncia della disumanizzazione. Il Papa ci riporta alle note della Nona Sinfonia di Beethoven quando spiega «il desiderio di unità».
Cita Platone ma anche Martin Luther King e Nelson Mandela e fa riferimento a numerose donne «coraggiose e generose», che hanno fatto la differenza: santa Laura Montoya, santa Teresa di Calcutta, Dorothy Day, Maria Curie, l’italiana Maria Montessori, Elisabeth Elliot, Wangari Maathai, Benazir Bhutto, «e tante altre di tutti i continenti, che con il loro impegno hanno contribuito a rendere più umana la storia». Riporta il pensiero di Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo per denunciare i rischi della falsificazione della realtà. Scrive: «Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più». Quando sottolinea la necessità di passare dalla cultura della potenza a quella del negoziato, il riferimento è Giorgio La Pira (unico politico): «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace».