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Goethe, Depp, Bowie, Sharon Stone: insospettabili maestri della pittura

Un saggio racconta l’attività parallela di scrittori, cantanti, attori, perfino politici che, non sazi del successo ottenuto, hanno intrapreso importanti carriere da artisti figurativi
di Vera Agosti giovedì 28 maggio 2026

3' di lettura

Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa», dichiarava spesso Dino Buzzati, grande maestro della penna e della pittura, narratore di “racconti fantastici” e di romanzi struggenti come Il deserto dei Tartari». Con queste parole, comincia la raccolta di saggi Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie. La pittura come seconda vita di Mimmo Di Marzio, recentemente pubblicato da Giunti Editori (210 pp., 25 euro).

«D Buzzati è un esempio di alcuni dei protagonisti del volume che si sofferma su quella “seconda vita” di “eccellenti outsider dell’arte”, personaggi che in epoche differenti hanno coltivato o continuano a coltivare la loro passione per la pittura, pur avendo raggiunto maggiore fama in altri campi, come la letteratura, la musica, il cinema, lo spettacolo e a volte la politica. Si tratta di una carrellata di storie e di personaggi, anche molto diversi tra loro, che hanno in comune l’amore per la pittura e anche il fatto di non aver potuto dedicare interamente la loro esistenza al mezzo artistico, perché brillantemente occupati in altre attività a cui maggiormente si deve il loro successo. È la storia umana e psicologica di chi ha trovato sulla tela un’ulteriore via per raggiungere il proprio equilibrio interiore come Henry Miller che sosteneva di dipingere per non impazzire - senza accontentarsi dei traguardi, della gloria e del successo raggiunti in altri ambiti, sebbene i risultati artistici siano stati notevoli, tanto da essere ancora presenti con le loro opere nei musei e nelle grandi collezioni private.

Ecco allora singoli capitoli specifici, brevi ed incisivi, quali quello su Johann Wolfgang von Goethe, che ebbe il merito di pubblicare la teoria dei colori nel 1810, e i suoi bellissimi disegni realizzati in occasione del viaggio in Italia dal 1786. E ancora i letterati August Strindberg, Hermann Hesse, Victor Hugo, Frank Kafka, Giovanni Testori, Pier Paolo Pasolini e un’intervista a Dario Fo. Compaiono anche il cinema e lo spettacolo, con il regista Federico Fellini, lo sceneggiatore Cesare Zavattini e l'attrice Sharon Stone; i cantanti e musicisti Paul McCartney, Bob Dylan, David Bowie, Paolo Conte e Franco Battiato. Non mancano i politici con Massimo D’Azeglio e Winston Churchill, fino ad Adolf Hitler, “Him”(dal titolo della scultura di Maurizio Cattelan a lui dedicata), «l’artista fallito diventato Führer». Molto probabilmente se a Hitler non fosse stata negata l’ammissione all’Accademia d’Austria, da lui tanto agognata, il corso della storia avrebbe potuto essere molto differente. L’arte fu un’ossessione che durò tutta la vita e che si manifestò anche negli atti di regime del terzo Reich come strumento di propaganda e di controllo. Ricordiamo la famosa mostra sull’“arte degenerata”, volta a ripulire l’arte tedesca da ciò che non corrispondeva all’ideologia e al suo gusto.

Anche Mimmo Di Marzio ama dipingere e chi scrive ha curato molti anni fa, e precisamente nel 2013, una sua esposizione personale. Di Marzio suona la chitarra e canta la bossanova. È giornalista, critico d’arte e curatore, docente di editoria per l’arte all’Accademia di Brera. Da anni scrive d’arte e di mercato dell’arte per le pagine culturali del quotidiano Il Giornale e per il settimanale del sabato Moneta. La ricerca è introdotta dalla prefazione di Giuseppe Frangi, giornalista e critico, che si domanda se Dante disegnasse; in realtà non ne abbiamo notizia, però probabilmente gli sarebbe piaciuto, come attesta la sua Commedia, in cui manifesta una certa invidia nei confronti di un’arte che più della scrittura sia in grado di fare concorrenza alla natura. Similmente, Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi sfoggia una certa “testualità visiva”. Fu capace di trasmettere ad Alessandro Gonin tutte le istruzioni necessarie per illustrare il suo capolavoro. Giacomo Leopardi nel 1821 scriveva all’amico Pietro Giordani di avere “tanti disegni” da “colorire” che non gli sarebbero bastate “quattro vite” per lavorare a tutti. Si trattava di oggetti letterari, ma l’uso dei termini restituisce l’idea di come parole e immagini visive fossero per lui naturalmente complementari. Se questi aspetti erano già presenti in epoche passate, dal Settecento in poi gli scrittori non si sottrassero più alla tentazione del disegno e della pittura, fuoco costante della loro esistenza.

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pittura

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