Gennaro Sasso ci ha lasciati all’età di 97 anni. Nato a Roma nel 1928 e formatosi nell’Italia del dopoguerra, è stato uno dei maggiori e più straordinari storici della filosofia italiana del Novecento. Il suo pensiero si è dispiegato lungo un arco di esperienza quasi secolare, intrecciandosi con la storia politica e civile del Paese.
Anche se è impossibile condensare in poche righe il suo percorso, possiamo dire che, più che costruire un sistema filosofico personale, Sasso è stato un interprete radicale dei grandi autori della tradizione italiana, portandone il pensiero fino alle sue conseguenze più estreme e mettendone in luce le contraddizioni e gli aspetti più nascosti.
Geniale studioso di Niccolò Machiavelli, dell’idealismo italiano, di Croce, Gentile e Dante, vedeva proprio in Dante e in Machiavelli gli interpreti più lucidi della crisi permanente della politica e delle fratture storiche italiane. A quest’ultimo ha dedicato studi decisivi, tra cui “Su Machiavelli” e “I corrotti e gli inetti”. La sua interpretazione rompeva con l’immagine riduttiva del pensatore fiorentino come semplice teorico della ragion di Stato: ai suoi occhi non era solo l’autore del manuale del potere destinato a insegnare ai governanti come conquistarlo e conservarlo con qualsiasi mezzo, ma colui che aveva colto la consapevolezza della fragilità dell’ordine politico e dell’irriducibile conflitto che attraversa tutta la storia umana.
Nel pensiero ricostruito da Sasso, la politica appare come il tentativo sempre precario di governare una realtà instabile, esposta al conflitto e al fallimen to. Non esiste approdo definitivo né equilibrio duraturo: ogni ordine è fragile, continuamente minacciato dalla rovina e privo di garanzie di redenzione o progresso; la possibilità dell’insuccesso è insita nella natura stessa di qualsiasi iniziativa umana, sia privata sia pubblica.
Da questa visione tragica derivava la profonda diffidenza di Sasso verso ogni concezione ottimistica della storia: nessuna fine della storia, nessun progresso lineare, nessuna sintesi finale dei conflitti. Di conseguenza, il suo giudizio era severo verso tutte le ideologie salvifiche, dal marxismo alle moderne teorie del progresso inevitabile. Attraverso i suoi studi monumentali su Machiavelli, Sasso ha voluto mostrare come la politica moderna nasca dentro il conflitto, la paura e i rapporti di forza, e come l’agire politico sia sempre esposto alla necessità storica, cioè a forze che oltrepassano la volontà dei singoli e delle istituzioni. La politica, dunque, non opera mai in una dimensione totalmente libera: è condizionata dai rapporti di forza, dall’imprevedibilità degli eventi e dal possibile rovesciamento dei suoi esiti. Se pensiamo alle guerre di oggi, dall’Ucraina al Medio Oriente, capiamo l’attualità del suo pensiero e possiamo trarne un insegnamento.
Nella prospettiva di Sasso, infatti, esse altro non sono che il ritorno inevitabile della dimensione tragica della politica: gli Stati agiscono sotto la pressione della necessità storica, della sopravvivenza e della competizione, più che secondo principi morali astratti. Ciò non significa giustificare la violenza o rinunciare al giudizio etico, ma riconoscere che la storia non si lascia ordinare secondo schemi morali e che le guerre non possono essere lette soltanto in chiave moralistica. Bisogna capire, però, che se l’uomo non può governare il corso della storia, resta comunque responsabile delle proprie azioni.
Sasso leggeva in Dante la critica più dura della degenerazione della politica e della vita civile. Nella Commedia, Dante Alighieri mostra il dramma permanente del potere: la politica si corrompe quando perde il senso del limite morale, si piega agli interessi personali, insegue il consenso attraverso la propaganda e riduce la convivenza civile a uno scontro continuo tra fazioni. Quando la comunità si disgrega, si apre la strada alla sua rovina.