Dopo ventitré anni questa sera torna al teatro greco di Siracusa I Persiani di Eschilo, che a luglio sarà, nello stesso allestimento, in programma a Pompei per il Teatro nazionale di Napoli. Nel 2003 Antonio Calenda ne diede per gli Spettacoli classici aretusei una rappresentazione moderna e concettuale, mutando il canonico spazio antistante la reggia di Serse nella sala di un museo di arte moderna. Ora lo spagnolo Àlex Ollé, uno dei padri de La Fura dels Baus (il movimento catalano che ha innovato il teatro introducendo dipeso elementi di forte impatto tecnologico e visivo), promette un più incisivo rivolgimento della messinscena. Vedremo al centro dell’orchestra un grande tavolo che fungerà da tomba di Dario ma anche da tavolo di un vertice politico-militare, più uno schermo che consentirà al pubblico di guardare gli attori in primissimo piano. Il testo rimarrà però fedele all’originale greco. Un testo che è il solo del repertorio antico giunto fino a noi che non sia di genere mitologico ma storico. Epperò Eschilo forza proprio la storia perché fa adottare ai Persiani le divinità greche.
Se così non facesse, il pubblico non capirebbe il legame tra tracotanza e punizione divina, il vero asse che regge la tragedia.
«Eschilo ci invita a riflettere sui limiti del potere e sul pericolo della hybris, quella cecità che induce gli uomini a credersi invincibili - dice Ollé a Libero -. Forse è proprio per questo che I Persiani continua a parlarci ancora oggi con una straordinaria attualità: come un lucido monito contro gli abusi del potere, la fragilità di ogni grandezza e i limiti dell’ambizione umana. Nella nostra messinscena ho voluto mostrare un Serse che, al suo ritorno a Susa, appare davanti al suo popolo sconfitto, abbattuto e umiliato dall’entità del disastro. Tuttavia, man mano che la scena finale procede, emerge un paradosso inquietante: pur avendo condotto il suo impero alla rovina, i suoi errori e la sua arroganza non sembrano esigere alcun prezzo.
Il responsabile della tragedia rimane intatto nella sua posizione di potere. Eschilo introduce così una riflessione che attraversa l’intera opera e che continua a risuonare con forza nel nostro presente: la distanza che spesso esiste tra l’esercizio del potere e l’assunzione delle responsabilità. Serse ritorna sconfitto, ma continua a essere re. Ed è proprio in questa impunità che risiede una delle intuizioni più moderne e perturbanti de I Persiani».
I Persiani è una tragedia nella quale c’è chi vi trova un o atto di solidarietà verso il nemico storico vinto e chi vi vede invece un cinico atto di celebrazione della superiorità della Grecia. Lei che lettura ne darà?
«Spesso Eschilo è stato lodato per la sua straordinaria capacità di empatia e I Persiani sono stati interpretati come un gesto di grande umanità nei confronti del nemico sconfitto. Ed è vero che l’opera ci invita a condividere il dolore dei vinti, un fatto assolutamente eccezionale nella letteratura del suo tempo. Tuttavia, credo che queste due letture non siano incompatibili. Eschilo non rinuncia a mostrare la tragedia umana dei Persiani, ma non rinuncia neppure a celebrare la vittoria dei Greci e a riaffermare i valori sui quali si fonda la polis ateniese. La compassione verso il nemico non implica la rinuncia alle proprie convinzioni. Da questa prospettiva, I Persiani possono essere letti sia come una riflessione sulla sofferenza universale provocata dalla guerra, sia come una difesa implicita di un modello politico rispetto a un altro».
I Persiani condanna il potere, autoritario e dittatoriale, ma non la guerra. La rappresentazione cruda e cruenta, che Eschilo fa della battaglia di Salamina non depone per un inno alla pace universale. La sua trasposizione che idea suggerisce?
«Non credo che I Persiani sia un’opera pacifista nel senso contemporaneo del termine. Eschilo fu un uomo che conobbe la guerra in prima persona e non scrisse una tragedia per proclamare una pace universale. Non credo neppure che l’opera condanni la guerra in astratto. La lettura che mi interessa è un’altra. Ciò che Eschilo sembra mettere in discussione è una determinata forma di esercizio del potere: quella che si considera illimitata, che confonde l’ambizione con il destino e che trascina interi popoli verso la catastrofe senza poi assumersi le conseguenze delle proprie decisioni. Nella nostra messinscena, la guerra appare soprattutto come il risultato di questa dismisura. Ciò che vediamo non è soltanto una sconfitta militare, ma il fallimento di un’idea di potere che aspira a perpetuarsi e a espandersi senza limiti. Per questo ci interessa la figura di Serse e quel paradosso che attraversa tutta l’opera: migliaia di uomini sono morti, un impero è stato umiliato, ma coloro che hanno preso le decisioni rimangono al potere. Come riflessione su tutto questo, abbiamo inserito nella messinscena tre personaggi che rappresentano, in qualche modo, le vittime di qualsiasi conflitto bellico. Volevamo dare voce a coloro che normalmente restano esclusi dai racconti ufficiali: le madri, le vedove, i figli, le vittime anonime. Perché, mentre i governanti parlano di vittorie, sconfitte o strategie, sono loro a sopportare le conseguenze reali della storia».
Ormai da decenni le rappresentazioni classiche di Siracusa puntano come lei ad attualizzare le tragedie antiche. Così però da un lato vengono valorizzate e da un altro tradite. La strada giusta qual è?
«Non credo che attualizzare un classico significhi tradirlo. Al contrario, credo che il vero tradimento consista nel trasformarlo in un reperto museale incapace di dialogare con il presente. I grandi classici sono arrivati fino a noi proprio perché, in ogni epoca, sono stati riletti, reinterpretati e interrogati da nuove generazioni di artisti e spettatori. Se oggi continuiamo a mettere in scena Eschilo, non è per compiere un esercizio archeologico, ma perché le domande che pone continuano a essere le nostre: il potere, la guerra, la responsabilità, l’ambizione, il rapporto tra governanti e governati. Naturalmente c’è spazio anche per approcci più filologici e storici, così come esistono musei che conservano le opere nel loro contesto originario. Ma esistono anche musei d’arte contemporanea che mostrano come l’arte evolva e continui a dialogare con il proprio tempo. Credo che il teatro abbia bisogno di entrambe le prospettive. Per quanto mi riguarda, non ho cercato di attualizzare I Persiani per renderli più moderni, ma per renderli nuovamente necessari».