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Premio Strega, per la lite sulla Murgia Mari rischia

La Fondazione: "L’autore resta in gara, esclusioni vietate". Ma da favorito è diventato un reietto. Intellettuali divisi
di Lucia Esposito lunedì 22 giugno 2026

3' di lettura

«Caos calmo», potremmo rievocare il titolo del romanzo di Sandro Veronesi, vincitore dello Strega 2006, per definire lo stato di apparente serenità ma di sostanziale sconvolgimento che da venerdì avvelena l’ottantesima edizione del più importante premio letterario italiano. Ricapitoliamo: i finalisti dello Strega erano a bordo del van, destinazione Bisceglie, per il loro tour di presentazioni. Stando alle ricostruzioni, il favorito Michele Mari, (primo con il suo I convitati di pietra, Einaudi proposto da Vittorio Lingiardi) parlando con un’altra finalista, Elena Rui, (sesta classificata con Le vedove di Camus, L’Orma, proposto da Lisa Ginzburg) avrebbe definito Michela Murgia «intransigente e violenta perché brutta». Teresa Ciabatti, (al quarto posto con Donnaregina, Mondadori, proposto da Roberto Saviano) che era grande amica della Murgia, è andata su tutte le furie. La lite dal van è diventata prima una notizia e poi un caso letterario e politico.

Mari ha negato di aver commentato l’aspetto fisico della Murgia e ha chiesto scusa alla Ciabatti «se qualcosa nelle mie parole può averla ferita». Poteva finire qui. Ma la sera stessa la Fondazione Bellonci (organizzatrice del premio) ha diffuso un comunicato in cui afferma che «ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone sono incompatibili con lo spirito del Premio Strega».

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E ora? Dopo il rincorrersi di tante voci su un possibile passo indietro di Mari e sulla sua uscita dalla gara, la Fondazione ieri sera è intervenuta sottolineando che Mari resta in gara. «L’esclusione non è consentita. Il regolamento prescrive che neppure l'autore, qualora abbia acconsentito a iscrivere la propria opera, possa ritirarsi dalla gara. Gli scrittori si esprimono essenzialmente attraverso i loro libri e vorremmo che in questo momento la parola tornasse alla letteratura. Abbiamo ritenuto inopportune le frasi attribuite a Michele Mari e, dal momento che la polemica nasce da un episodio avvenuto durante una tappa di trasferimento del tour organizzato dalla Fondazione, abbiamo creduto doveroso prendere le distanze da quelle affermazioni. Ma ciò non ha alcun rapporto né con un giudizio di merito sui libri in gara né con la prosecuzione della stessa». Mari è dunque in corsa, ma il primo posto non è più scontato.

I protagonisti tacciono. Su Repubblica Michele Serra appare sconfortato. Scrive: «Non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo».

Su posizioni opposte la scrittrice Lidia Ravera: «La frase pronunciata da Mari, secondo quanto riportano i giornali, è grave. Lo sarebbe come chiacchiera da bar, lo è di più come chiacchiera da pulmino carico di scrittrici e scrittori». Per Mari parla una risposta all’intervista rilasciata alla rivista online Lucy sulla cultura nel mese di marzo. Il giornalista gli chiede: «E che responsabilità ha uno scrittore oggi, secondo lei? Deve essere politico? E se sì, come, quando, dove?». Lui risponde così: «Mi è capitato, a proposito di questa questione spinosa e irrisolvibile, di esprimere la mia invidia per quegli artisti e per quel tipo di linguaggio che prescindono dal contenuto, dal referente. Penso a un musicista: è chiamato a rispondere della sonorità e dell’architettura delle proprie composizioni. Uno scrittore invece, siccome usa le parole – che sono anche quelle usate dalla gente comune per parlare delle cose comuni – è chiamato a rendere conto delle cose che dice. E questo mi sembra oneroso, se non addirittura iniquo». Iniquo, al punto di rischiare di perdere lo Strega.

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