Bisogna ammettere che le contorsioni delle brillanti menti progressiste stanno animando uno spettacolo degno di nota negli ultimi giorni. Divertente, ma anche con un sottofondo di tristezza. Noi ignoranti, che non leggiamo, non studiamo, non riflettiamo sulle sorti democratiche dell’umanità, stiamo là coi pop corn a vedere come finirà.
Prima c’è stato il caso del famigerato patentino antifascista per partecipare alla fiera libraria «Più libri più liberi». È censura? Certo che è censura. Anche da sinistra si sono levate voci autorevoli per condannare questa ideona volta a selezionare le case editrici comode e epurare quelle scomode e i difensori del libro “correttamente orientato” se la sono presa a male. Loro, i migliori, non sbagliano mai, si saranno detti, com’è possibile che si levino critiche? Ora, se la censura ci sembra cosa buona e giusta una volta, è fatale che ci si ricaschi. E qualcosa di simile è piombato sul Premio Strega. Sorvoliamo sullo squallore della scrittrice in gara che origlia e fa la spia danneggiando il favorito, il quale si lascia andare a considerazioni sull’aureolata Michela Murgia di cui intuiamo il contenuto ma senza sapere bene fino dove Mari abbia spinto il suo azzardo, violando il pantheon delle figurine consacrate e intoccabili.
IL DITINO ALZATO
Così letteratura e pettegolezzo si mischiano inesorabilmente facendo precipitare ancora più in basso la credibilità, già da tempo appannata, del premio letterario più famoso della nazione deciso da un gruppetto di critici-scrittori che a un certo punto annunciano: la cinquina è questa, prendere o lasciare. Qualcuno alza il dito per dire che la piega presa dal dibattito è sconcertante. Lo ha fatto ieri Michele Serra: «Scusate – ha scritto – così non si può andare avanti, specie in sede letteraria a artistica». Però i murgiani vanno avanti come un panzer. Ecco Elena Stancanelli che si mette a radiografare i passaggi di altri libri in cui Michele Mari parla di donne, e scopre che in un suo romanzo descrive una certa Rossella, e scrive che è di facili costumi e che in ciò consisteva il suo fascino pur non essendo la signorina per nulla avvenente.
Insomma, dice scandalizzata Stancanelli, vedete che concezione ha questo qua delle donne? Ecco Lidia Ravera che sentenzia: Mari ha parlato come Vittorio Feltri, ma Feltri è di destra. Insomma cari di sinistra, siete voi a dover sottostare alla censura più occhiuta. Cavoli vostri. Ora, noi che non leggiamo, non studiamo, e non vigiliamo sulla correttezza linguistica, nutriamo il sospetto atroce che tutto questo ambaradan serva solo a far precipitare le quotazioni di Mari allo Strega. Il fine insomma giustifica i mezzi. Leviamo di mezzo il patriarcale e retrogrado maschio bianco magari per far spazio a una donna, visto che le quote nei premi letterari ancora non ci sono ma potrebbero arrivare nelle prove degli esami di maturità, perché la parità di genere e bla bla bla. Eppure forti rivalità tra scrittori sono da sempre all’ordine del giorno: Virginia Woolf definì nauseabondo l’Ulisse di Joyce, Pirandello detestava D’Annunzio e l’estetismo letterario con cui mascherava la sua vita, Ungaretti accusò Quasimodo di essere un pagliaccio trasformista, bisognerebbe recuperare gli strali di Giuseppe Berto contro il conformismo editoriale dominato dai salotti letterari.
LA SFERZATA DI CÉLINE
Ma ora che dai salotti siamo scesi nei cortili, nei sottoscala, in quegli anfratti dove un tempo i camerieri carpivano segreti da spiattellare ai padroni per ingraziarseli, anche quelli sarebbero inservibili. Meglio il grande Céline – a proposito, lui definì Sartre stupido e scoraggiante – dinanzi a certi teatrini: «Scrittori che hanno uno stile ce ne sono uno, due, tre per generazione. Ci sono migliaia di scrittori, ma sono dei poveri pasticcioni... borbottano nelle loro frasi, ripetono quello che qualcun altro ha già detto. Scelgono una storia, una buona storia, e poi la raccontano. Per me questo non è per nulla interessante». Molto più interessante infilarsi tra le pieghe dei loro discorsi fatui, mentre un van li porta in tour promozionali organizzati da solerti uffici stampa. Poveracci, i lettori. Noi ignoranti, alla fine, siamo pure fortunati.