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Kutuzov-Evair, quelli che vincono nascondendosi

Le truppe del generale russo si nascondevano e poi riapparivano. Morì nel 1813. Forse si reincarnò in un brasiliano
di Giovanni Longoni lunedì 22 giugno 2026

2' di lettura

Domenica 16 ottobre 1988 l’Atalanta esordiva in casa dopo il ritorno in serie A: la gente voleva vedere i due nuovi stranieri: il centrocampista svedese Prytz e il misterioso centravanti brasiliano. Si chiamava Paulinho Aparecido Evair e per quel che se ne sapeva avrebbe potuto anche essere Paulo Roberto Cotechiño o Aristoteles. Appena scese in campo, sembrò uno scherzo. Era alto, questo non lo si poteva nascondere, sul metro e 88 centimetri dicono gli almanacchi e pesava 80 chili, non propriamente di muscoli. Pareva anzi avere la pancetta, le spalle a bottiglia e una andatura sgraziata. Ma dopo undici minuti di gioco Evair si ritrovò solo a porta vuota e spinse in rete il pallone passatogli da un compagno. Si capì presto che non era un bluff. Nonostante quel fisico? No, proprio grazie a quel fisico.

L’8 gennaio a Marassi, Paulinho riceve palla appena dentro l’area, un po’ spostato sulla sinistra. Davanti a lui c’è Moreno Mannini, appena dietro, pronto a intervenire, Pietro Vierchowod. Insomma, la coppia difensiva più veloce di sempre, due mastini che mettevano in difficoltà anche Dieguito. Evair sembrò vacillare, ma era solo la sua finta di corpo; si portò avanti il pallone col destro, saltando il marcatore, e incrociò il sinistro. Il pallone superò Pagliuca. Il goleador andò ad esultare sotto la tribuna laterale; che però non c’era ancora: il Ferraris era in rifacimento per Italia 90. Sul terrazzo di una delle case di fronte c’era della gente che si godeva a sbafo la partita. Evair esultò con loro: probabilmente tifosi genoani.

Non si fermò più: in tre anni 25 gol, quasi sempre decisivi. Era uno di quei centravanti che non si vedono quasi mai e sembra che i difensori se ne dimentichino fino a quando se li ritrovano comparire dal nulla per segnare. Fu così contro Inter, Milan e Juventus. Ma era Evair sempre triste e la saudade lo costrinse a tornare in Brasile: lasciò l’Atalanta e finì al Palmeiras nel momento peggiore della storia del club. A San Paolo però divenne un idolo: segnò più di 100 reti in maglia verde e riportò la squadra ai vertici del calcio brasiliano. Sempre allo stesso modo: nascondendosi e riapparendo.

Mikhail Illarionovich Kutuzov aveva 67 anni quando Napoleone invase la Russia, nel 1812. Era grasso, mezzo cieco, si addormentava durante i consigli di guerra. Gli altri generali fremevano: volevano combattere, difendere Smolensk, Mosca. Kutuzov lasciò che Napoleone prendesse l’antica capitale. Poi aspettò. L’inverno fece il resto. Napoleone si ritirò, l’esercito francese si dissolse. Tolstoj in Guerra e Pace lo descrive come l’unico generale che sapeva che la storia non si dirige, si asseconda. Gli altri generali avevano piani. Kutuzov aveva pazienza. Le sue truppe si nascondevano e poi riapparivano. Morì nel 1813. Forse si reincarnò in un brasiliano.

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