Non ho letto il romanzo che ha vinto il Premio Strega, I convitati di pietra (Einaudi) di Michele Mari. Ma m’incuriosisce una sua citazione: «il massimo dell’incoscienza e in un certo senso dell’innocenza si associava in loro al massimo del cinismo». Riguarda i “trenta protagonisti” del racconto, “compagni di scuola del liceo Berchet di Milano”, e, secondo una recensione, «è un ritratto geometrico degli italiani».
Qualunque cosa voglia dire quel “geometrico”, il tema degli “italiani cinici” è un campo fin troppo arato.
C’è qualcosa di vero. Ma non è tutta la verità. E poi quel tipo antropologico va localizzato: area urbana? Milano centro? Ceto scolarizzato e borghese? Fascia anagrafica: mezza età? Del resto neanche lì sono tutti uguali. Lo stereotipo non è mai veritiero. Ci sono differenze. Fra l’altro il liceo Berchet fu la culla storica di un movimento di giovani importante in Italia e nella Chiesa (fra un mese, al Meeting di Rimini, questo popolo ciellino incontrerà il Papa). Insomma ci sono tante Italie. Un osservatore esterno come Alec Ross sull’argomento ha appena scritto un libro, The Italian dream. Riprendersi il futuro (Feltrinelli). In una intervista ricorda questo pensiero: «L’Italia è già un sogno, per la cultura, la bellezza e l'allegria della gente».
Certo, ci può essere cinismo anche nell’allegria. Ma guai a generalizzare. Ross aggiunge: «Ci sono 196 paesi nel mondo, e io ne ho visitati più di cento. Riflettendo sulla varietà geografica della Terra, mi sento di affermare con certezza che l’Italia è un Paese davvero magnifico, uno dei più belli del pianeta sotto vari aspetti. La sua cultura, la sua gente, i successi in settori industriali di nicchia e gran prestigio, il fatto che la sua storia sia ancora viva e pulsante: non esiste un’altra nazione come questa». L’Italia è un mosaico, un arcipelago umano.
Non si può prendere un’isola e credere che sia tutto. Pure Pasolini parlava di “rivoluzione antropologica” assolutizzando un microcosmo romano. Ma una cosa – questa sì vera in generale – l’aveva intuita benissimo: l’uragano della scristianizzazione che dai primi anni ’60 ai primi anni ’70 cambiò letteralmente il volto del nostro popolo e del nostro Paese (anche socialmente). Pasolini accusò il Pci, la Dc e il Vaticano di «non aver capito cos’è successo nel nostro Paese negli ultimi dieci anni».
Lo scrisse subito dopo il referendum sul divorzio: «L’Italia contadina e paleoindustriale è crollata... L’omologazione “culturale” che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari... La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa».
Ma in parte è anche questa una generalizzazione invecchiata male e, a distanza di anni, si mostra imperfetta. Tutto cambia in modo imprevedibile. L’individualismo è diventato solitudine di massa. Chissà cosa avrebbe scritto oggi Pasolini dei 250mila (!) accorsi a Tor Vergata al concerto di Ultimo, che forse molti (come me) non sanno nemmeno che faccia abbia. Né quali siano le sue canzoni.
I suoi testi, riferisce Stefano Pistolini, piangono «su quanta sfiga ti può sottoporre la vita, quanto l’amata capisca fischi per fiaschi, ma anche quanto non c’è verso che tu ti arrenda», perché quella di Ultimo ormai «è un’investitura a invincibile guardiano dei bistrattati e degli incompresi, incarnazione perfino plausibile del chi la dura la vince». L’Italia è come la raccontò Pasolini, come la vede Ross e come la canta Ultimo. In parte sta pure sul pulmino per Bisceglie con i finalisti del Premio Strega. Ma c’è tanto altro, anche se sfugge ai radar. Lì brilla una speranza.