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Ultimo, la sinistra a caccia di voti tra i suoi sostenitori

di Giovanni Sallusti martedì 7 luglio 2026

3' di lettura

L’Ultimo psicodramma politico-cultural-cantautoriale che incendia la gauche caviar è tale in senso letterale. Non solo perché la psiche sinistra ne esce a pezzi, ma perché riguarda proprio Niccolò Moroni, in arte Ultimo. Con che razza di animale politico abbiamo a che fare, si stanno seriamente chiedendo le menti migliori del progressismo nostrano, dopo che il cantante fino a ieri scansato come disimpegnato, nazional-borgataro, perfino in odor di razzismo quando sbottò a Sanremo contro il sorpasso di Mahmood apparecchiato dalla giuria degli “esperti”, ha portato 250mila persone a Tor Vergata. La domanda, ci assicura Concita De Gregorio al cui istinto da cronista non sfugge nulla, corre nelle «chat roventi di domenica mattina, a sinistra». Non il «che fare?» di Lenin, o meglio un suo aggiornamento di fronte alla marea umana firmata Ultimo, in effetti difficilmente avvistabile agli eventi del campo stretto: «E ora, come si mette a reddito, in termini politici, questo patrimonio?».

Già il quesito è novecentesco, scomoda la vecchia fallacia politicista di comprimere l’arte, la musica, anche l’artigianato da palco a dépendance del Partito, con l’aggiunta che Niccolò (per fortuna) non è Guccini, non canta «trionfi la giustizia proletaria», al massimo: «Scordi le chiavi in macchina/ Sbrocchi, ma sei romantica». Concita, invece, sbrocca e basta. «Avete visto? 250 mila persone. Di tutte le età. Se andassero a votare, anche se ci andasse la metà, avremmo risolto». Cosa? Ma ovviamente l’impellente problema del neofascismo al potere, vi vedo distratti. Concita, invece, è sul pezzo: non si capacita che i 250mila non si traducano in consenso automatico per la Ditta, ci ricorda che «decenni di semina della paura» hanno prodotto «diffidenza, rancore e solitudine», quest’ultima ovviamente «funzionale al capitalismo», un marchingegno che (giustamente) il cantante non disprezza, visto che prevede il pagamento di un biglietto per assistere alle sue performance. Ma non stiamo più parlando di Ultimo in sé, l’oggetto del contendere è ormai l’Ultimo in loro, un Ultimo trasfigurato, a uso e consumo delle paturnie e dei manicheismi delle anime belle.

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IL POPOLO E I POTENTI
Scrive Concita, e ha tutta l’aria di essere seria: «La questione è tutta qui, nella forbice fra il popolo, i popoli di Ultimo e di tutti i cantori degli ultimi del mondo e i potenti, che si arricchiscono sulle vite dei miserabili che convincono, intanto, a votarli». Dovevano scorgerne 250mila esemplari radunati insieme, a Repubblica, per accorgersi del “popolo”, e già che ci sono cazziarlo perché spesso vota sbagliato, vota “i potenti”, che sono sempre di destra, quella di sinistra è sempre classe dirigente, tutta un’altra cosa. E dire che venerdì il vicedirettore Stefano Cappellini aveva vergato una stroncatura di un Ultimo quasi in odor di melonismo: «Come tutti gli underdog di professione, Ultimo coltiva una spiccata tendenza al vittimismo».

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Ma già Maria Novella De Luca aveva corretto il tiro domenica, decantando “l’onda anomala” ai piedi di Niccolò: «Eccolo qui, nella ola di migliaia di fazzoletti e cappellini rossi - anche i copricapi sono ideologicamente corretti, pare una Festa dell’Unità 5.0, ndr - un po’ poeta delle cose semplici, un po’ guru di tanti». Di questi tanti comunque “di destra” sono “pochi”, assicura la collega, che evidentemente ha condotto una ricerca sulle preferenze di voto dei 250mila direttamente in loco (pochi ma pur sempre troppi, direbbe Concita). Si è iscritta al dibattitone anche Simonetta Sciandivasci su La Stampa, che ha dipinto un ritratto della folla lievemente bozzettistico: «Non più isterici e tossici come nel ’900, ma pacati, quasi Papa boy, e fedeli, felici della fatica dei chilometri, del caldo, ambientalisti (rare le bottiglie di plastica gettate in strada)...».

Contrordine compagni, Woodstock era isteria tossica, adesso la moda è l’educazione spacciata per gretinismo, vien quasi voglia di assumere qualche sostanza come nel secolo scorso e psichedelico, per uscire da questa caricatura petalosa. Si aggira perfino la speranza di un Niccolò redento, di un Ultimo finalmente menestrello organico: «Due anni fa ha detto di non aver mai votato, ma magari al referendum lo ha fatto». Eccola, l’ultima tentazione dei Buoni: perso quel vecchio reazionario di De Gregori, che si è permesso di uscire dal coro della litania pro-Gaza, ripartire da Ultimo. Lo aveva già buttato là l’eterno e ipotetico Richelieu del campo progressista, Goffredo Bettini, qualche anno fa: «Perché noi, come Pd, non abbiamo mai filato questo ragazzo di borgata?». Sembra un interrogativo pasoliniano fuori tempo massimo, è lo stato dell’arte a sinistra, gli Ultimi Fuochi del progressismo.
 

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