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Ma quale fascismo.... Ragazzi di Buda inno di libertà

L'insegnamento di Umberto Eco nei suoi scritti sulla tv: ecco come raccontare il signor Tizio che, uscendo di casa, finisce sotto un tram
di Annalisa Terranova sabato 11 luglio 2026

3' di lettura

Nei suoi scritti sulla tv Umberto Eco spiegava che ci sono tre modi per raccontare che il signor Tizio uscendo di casa è finito sotto un tram. Primo modo: «Ieri mattina il signor Tizio è uscito dal portone di casa sua e ha attraversato la strada proprio mentre sopravveniva un tram, non ha fatto attenzione ed è stato travolto».

Secondo modo: «Bam! È stato un attimo! Un uomo stritolato dal tram! Era il signor Tizio, appena uscito di casa, mentre attraversava la strada». Terzo modo: «Bam, splash! Urla, urla! Chi, come mai? Un uomo, un ammasso sanguinolento, il sopraggiungere rapido di un’ombra, Tizio esce tranquillo di casa e i passanti orripilati. Era un tram». Questo terzo modo Eco lo chiama tecnica “cubista” che dipende «dal modo in cui l’evento è soggettivamente rivissuto da chi lo racconta». Oggi potremmo ribattezzarlo metodo Fanpage o metodo Formigli che giovedì sera nella sua trasmissione Piazzapulita ha voluto far rivedere le tappe di un anno difficile per il governo Meloni riutilizzando anche le immagini tese a criminalizzare il mondo giovanile di FdI contenuta nella famosa inchiesta di Fanpage. Così, nel video, non appena il leader di Gioventù nazionale, Fabio Roscani, assicura che loro considerano gli avversari persone da combattere con le idee e non con la violenza politica ecco che subito dopo si vede un frame dell’inchiesta di Fanpage in cui un gruppo canta la canzone Avanti ragazzi di Buda. Cosa si sente di quella canzone che era un omaggio ai giovani insorti a Budapest contro i carri armati sovietici? Si sente la frase «anch’io porterò la pistola». Contestualizzata, quella frase sta dentro queste strofe: «Abbiamo vegliato le notti/ le notti di cento e più mesi, per l’alba radiosa di ottobre, quell’alba dei giovani ungheresi. Ricordo tu avevi un moschetto su, portalo in piazza, ti aspetto, nascosta tra i libri di scuola anch’io porterò una pistola. Sei giorni, sei notti di gloria durò questa nostra vittoria; al settimo sono arrivati i russi con i carri armati».

Ovviamente la tecnica di cui parla Eco induce a associare a Roscani che parla di rifiuto della violenza il grido «anch’io porterò la pistola». Sintesi: i giovani di FdI sono pronti a sparare. Ciò che appare inoltre piuttosto disturbante è – proprio nell’anno 2026 in cui cade il settantesimo anniversario della rivolta di Budapest repressa con la complicità di Kadar, leader comunista cui Berlinguer diceva di volersi ispirare – fare torto a un canto di libertà, composto da Pierfrancesco Pingitore nel 1966 perché dieci anni dopo quella tragedia nessuno aveva voglia di ricordare. E anche oggi si fa fatica a rievocare quelle giornate di sacrificio contro la tirannide del comunismo. La repressione si era abbattuta su più di centomila persone, decine di migliaia di ungheresi furono internati nei campi ricostituiti, furono avviate azioni penali contro 35mila individui, migliaia i deportati nell’Urss, 229 insorti furono condannati a morte, 200mila persone riuscirono a fuggire emigrando.

All’alba del 4 novembre 1956 i carri armati irrompono a Budapest. Egisto Corradi, un giornalista italiano che era durante i giorni della rivolta e che rievocò l’insurrezione nella raccolta di scritti per I Grandi Fatti curata da Indro Montanelli, raccontò lo spettacolo che Budapest dava di sé la sera del 3 novembre, consapevole dell’imminente catastrofe: «Su tutti i davanzali delle case lungo le quali si sfilò per uscire dalla capitale, dal centro alla periferia, ardevano lumini. Semplici lumini da morto, da cimitero, a decine di migliaia. La città sentiva di trovarsi in agonia, lo diceva con quelle fiammelle che oscillavano tristi al vento». E ancora scrisse: «Tra le molte immagini che mi sono rimaste scolpite dentro, ne ricorderò solo alcune. Quelle di quei fuggitivi dall’Ungheria che traversavano nottetempo la frontiera portando in barella i loro figli piccoli che dormivano, piombati nel sonno da potenti sonniferi, per impedire che eventuali loro pianti allarmassero le guardie. E quell’altra immagine di quelle donne che, tra le barricate, giravano con gavette di minestra e, un cucchiaio a uno e un cucchiaio all’altro, imboccavano i giovani che sparavano».

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