Mc Donald’s di piazza Oberdan, Tommaso Labranca è seduto di fronte a me a uno di quei tavoli alti, scelto perché sotto il vento artificiale dell’aria condizionata. Vedo solo gli occhi nascosti dietro agli occhiali dietro allo schermo del suo MacBook. Ridono. Libero gli ha commissionato un pezzo mezz’ora fa e lo sta scrivendo, ride mentre lo fa, rilegge parti e ride, ha una conversazione tra sé, s’immagina il lettore che lo legge e ride. È questo il ricordo che ho di lui, la sua voce, tra mille altre, i suoi occhi che ridono e le sue mani, il click dei tasti dalla plastica resa lucida dall’usura, l’alluminio unibody aerodinamico che diventa più freddo sotto l’aria condizionata e due milkshake tra noi, che invece fanno l’inversione termica contraria. E insieme ho nella testa le sue parole quando gli facevo leggere un mio pezzo, allo stesso tavolo e diceva: «Non sono nella tua testa, questa cosa la sai solo tu», oppure «Metti troppe cose e non le spieghi, con questo scriveresti un libro... dovresti!». Ed era lucido allo stesso modo anche quando presentavamo lo script per un programma dedicato agli anni Settanta, mai fatto, che chiamavamo Argento, in onore della Silver Factory Warholiana per lui e dello Sputnik per me, iniziando a pensarlo nei complementi d’arredo perché in quel periodo il suo focus era sul design (che poi avrebbe portato alla luce Zia Design, poi Astrakan).
TANTE COSE INSIEME
Le persone cambiano in base al contesto, indossano maschere direbbe Pirandello, Tommaso no: era sempre lui. I suoi pensieri, la sua lingua, tutto Tommaso, erano lucidi, precisi, chirurgici. Non importa l’argomento, poteva anche essere triviale, poteva toccarlo nell’intimo – moltissime cose lo facevano – eppure era sempre preciso, affilato, quando anche il livore ne smussava le parole che diventavano bisturi, era sempre lui, una voce che ancora oggi è inimitabile. E una voce che mi manca tanto, è stato dolce e doloroso aiutare Claudio Giunta a selezionare i testi per Tommaso Labranca, Dal pop al popolo (Mondadori, € 24,00), perché era difficile ridurlo, anche nelle 696 pagine che compongono il tomo, perché Tommaso era stato ed era già allora tante cose insieme e in tutto quello che era e che faceva portava quella luce. Il suo bisturi era affilato d’ironia ed era preciso nella lingua, nel taglio che operava tra le parole, tra i concetti, tra i comportamenti che sezionava come un chirurgo, cercando l’origine di una patologia in grado di diventare sistemica nel sistema Italia.
Oggi sono in tanti a operare il Pop, dissezionarlo con occhi da scienziato, o se vogliamo esser seri con cose futili. C’era stato Eco, c’era stato Dorfles, entrambi si erano occupati di “trash”, di “kitsch” ma nessuno dei due era un “trashista patologico” come Labranca, che era immerso nei fenomeni di cui parlava fino a sentirli nel corpo. In quei momenti in cui l’odio ne incrinava la voce, non aveva mai affetto sulla penna che diventava laser. Ma la sua lingua era così per un motivo e così era il suo sguardo: una cultura che aveva edificato da solo e che metteva in ogni cosa che faceva, una parola dietro l’altra come mattoni. Non era cambiato da Andy Warhol era un coatto (1994), non nel nucleo, se lo aveva fatto era stato nella lingua che si era da un libro con l’altro liberata dalle asperità.
PIETAS
Lui diceva, non senza rimpianto per l’epoca e non senza dissimulare, che scriveva così «Per colpa di tutti i manuali tecnici di macchinari agricoli tedeschi che ho tradotto perché la lingua di Werther è così meravigliosamente complicata e precisa» oppure per «Tutta la letteratura inglese che ho letto nei tardi anni Ottanta e l’inglese è così preciso... rarefatto».
Ma lui non scriveva come un romantico tedesco, un redattore tecnico (o di enciclopedie della pesca, cosa che aveva fatto). Era capace di seguire una coppia in un discount e provare la stessa compassione, la pietas, che muoveva Manzoni verso i protagonisti dei Promessi Sposi, salvo poi vederli sgommare su una nuova Audi le cui rate costringevano la coppia a una vita di miseria (Neoproletariato, 2003).
O ancora cercare riparo dalla miseria umana, non per superiorità, ma per accettazione dalla propria nullità, in tour satellitari delle tangenziali milanesi, la notte, lui e almeno tre portatili che buttava sul sedile posteriore della sua Fiat Idea, oppure sul divano, guardando i canali più oscuri del digitale terrestre, come un Piccolo isolazionista (2006).
Era impossibile non amare questo strano antropologo, che di fronte a me rideva nel ventre climatizzato di una Mc Donald’s. Ma era capace di scaldarsi e di cauterizzare i tessuti molli dell’abitudine, dell’ignoranza (che è tale quando non conosce) e di farci davvero uscire dall’anestesia della quotidianità con una risata e insieme farci riflettere. E quant’è difficile usare l’ironia per far pensare? Di più per creare la mappa delle storture del nostro pensare? Beh, lui ci riusciva, era un chirurgo in questo, ma forse era troppo presto.