The Odyssey di Christopher Nolan sbarca nelle sale cinematografiche sull’onda promozionale che la conduce trionfalmente in porto per sbancare il botteghino. Niente a che vedere con le peripezie di Ulisse, e poco a che spartire con Omero, a partire dall’object trouvé di Elena di colore, la cui interprete messicano-kenyota-americana Lupita Nyong’o non ha le bianche spalle della donna più bella di tutti i tempi ma candidamente ha dichiarato che non conosceva né il poeta né il poema di 28 secoli fa.
Accantonati tutti i discorsi filologici destinati a sbriciolarsi di fronte alla concezione a stelle e strisce della classicità, resta invece il nodo gordiano sull’isola di approdo di Odisseo. Itaca luogo dell’anima e simbolo del ritorno a casa è l’unica cosa consegnata per sempre dal racconto omerico alla cultura universale. Se sulla fede degli amanti Metastasio scrisse «che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa», una ricerca ultraventennale iniziata da un pourparler alla Cambridge University tra l’imprenditore Robert Bittlestone e il professor James Diggle, presentata proprio alla vigilia dell’uscita del film, asserisce che Ulisse fosse originario non dell’isola a nord-est di Cefalonia, ma della penisola di Paliki, a ovest.
La reinterpretazione dei versi omerici non designerebbe quindi la moderna Itaca: i dettagli fisici e descrittivi porterebbero a Paliki, che nell’età del bronzo era separata da Cefalonia. E comunque Omero non parlerebbe mai di isola, nesos, bensì di demos, paese.
OLTRE PALIKI
L’Itaca odierna, dunque, non avrebbe né dato i natali né accolto il ritorno di Ulisse. A volte il mito, come in questo caso, è bene che rimanga sospeso nella leggenda e nei versi di Omero. Non occorre, per Itaca, un nuovo Heinrich Schliemann, l’archeologo dilettante e appassionato professionista dell’Iliade e dell’Odissea, che spese parte della vita a cercare dove realmente si trovava la città di Troia, insensibile all’irrisione del mondo accademico. E la trovò in Turchia. Itaca, in Grecia, è sempre Ulisse. È lui ad accogliere i visitatori di Vathy, capoluogo da oltre mezzo millennio dell’attuale Itaca turistica, raffigurato con una statua bifronte alla quale fa da controcanto il busto di Omero. Bifronte perché Ulisse da un lato guarda il mare, è il viaggiatore che salpa per superarne i confini, dall’altro la terra, l’interno dell’isola, il richiamo ancestrale alle radici e alla casa, il nostos da cui deriva la nostalgia, come approdo di serenità.
Un puntino nel Mar Ionio, nell’Ellade fiera della propria identità pur nella frammentazione greca. Poi romana all’alba dell’era cristiana e, con l’allentamento del potere dell’Impero d’oriente, Itaca assieme alla vicina Cefalonia diviene covo di pirati, stroncati dall’intervento dei normanni. A tre anni dal XVI secolo sbarcano i turchi ma già nel 1504 Venezia li caccia e subito esenta per cinque anni dal pagamento di tasse e tributi i nuovi abitanti di Itaca e Cefalonia, per ripopolarle, e rilancia l’economia. Saranno sempre i veneziani a fare del porto di Vathy il capoluogo e poi la capitale, assicurando la difesa dalle scorrerie dei pirati che tenevano gli abitanti lontano dalle coste. Ancora oggi l’architettura testimonia la forte impronta veneziana e si ritiene che il suo porto naturale sia quello omerico di Forchis, dove nell’antichità sorgeva il santuario del dio marino Forco che si voleva dimorasse proprio lì (secondo un’altra versione, invece, a Cefalonia), dove i Feaci lasciarono Ulisse addormentato. Quella parte insulare di Grecia, l’Eptaneso con alcune exclaves sulla terraferma, sarà l’unica a non cadere sotto il dominio ottomano.
L’Itaca veneta traslocherà nelle mani della Francia rivoluzionaria con il Trattato di Campoformio del 1797 che cancella per sempre la Repubblica di San Marco. I francesi avranno il tempo di dedicarsi a scalpellare i leoni alati, gli stemmi delle famiglie aristocratiche e a tentare di sradicare il retaggio plurisecolare, che già tre anni dopo Itaca cambiava padrone con l’arrivo di una flotta russo-turca, per dare vita alla Repubblica delle Sette Isole, con Corfù, Cefalonia, Passo, Santa Maura, Cerigo e la foscoliana Zante (Zacinto), sotto tutela dello zar Alessandro I e l’obbligo di pagare un tributo al sultano di Costantinopoli. Sulla bandiera un leone alato reggeva un vangelo sormontato da sette frecce. Nel 1809 altro giro di valzer con l’arrivo degli inglesi e la ratifica del Congresso di Vienna sulla nascita degli Stati Uniti delle Isole Ionie sotto protettorato britannico.
Itaca, e in particolare Vathy, conosce un periodo di sviluppo e di floridezza, grazie ai commerci, e anche di crescita della cultura. Si parla italiano e si riscopre la narrazione di Omero e dei luoghi dell’Odissea con l’avvio di scavi archeologici.
Nel 1821 scoppia la guerra d’indipendenza greca e con la fondazione dello Stato nel 1864 pure le isole ne entreranno a far parte. In epoca contemporanea il turismo rivitalizzerà l’economia di Itaca, e riprenderà quindi la ricerca delle radici affondate nel mito di Odisseo, ma la terra non ha restituito alcuna certezza. Quanto invece alla figura di Ulisse e al suo ritorno, lui la sua Itaca la ritrovò, e forse questo è il mito più vero di tutta la storia.