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Nafisi-Foucault, rivoluzione e perversione

Nel 1979 la scrittrice tornò in Iran dopo anni di studio negli Usa. Aveva 30 anni, insegnava letteratura inglese e pensava che la rivoluzione contro lo Scià avrebbe potuto aprire uno spazio nuovo di libertà
di Giovanni Longoni lunedì 13 luglio 2026

2' di lettura

Nel 1979 Azar Nafisi tornò in Iran dopo anni di studio negli Stati Uniti. Aveva trent’anni, insegnava letteratura inglese e faceva parte di quegli iraniani di famiglie progressiste i quali credevano che la rivoluzione contro lo Scià potesse aprire uno spazio nuovo di libertà. Insegnò all’Università di Teheran finché non le imposero il velo: si rifiutò, fu sospesa, poi reintegrata, poi cacciata definitivamente nel 1995. Per due anni riunì, ogni giovedì mattina, sette studentesse nel salotto di casa sua. Leggevano Nabokov, Fitzgerald, Austen, James — gli autori che il regime clericale considerava pornografici e sovversivi, gli stessi che la teoria postcoloniale occidentale classificava come strumenti dell’imperialismo culturale. Secondo Nafisi, Lolita si capisce meglio sotto una teocrazia: il romanzo parla di un uomo che confisca la realtà di una bambina e la riscrive secondo i propri desideri. La Repubblica Islamica faceva la stessa cosa con le donne iraniane. Nafisi lasciò l’Iran nel 1997, scrisse “Leggere Lolita a Teheran”, lo pubblicò nel 2003. Vendette milioni di copie. Immediatamente i colleghi di mezzo mondo la accusarono di «Orientalismo», di fornire argomenti ai neocons, di tradire la causa anticoloniale.

***

Nell’autunno del 1978 Michel Foucault arrivò a Teheran come inviato del “Corriere della Sera”. Aveva 52 anni, era tra gli intellettuali francesi più celebrati. Era l’uomo che aveva smontato i meccanismi del controllo, prigioni, ospedali psichiatrici, la sessualità come strumento di disciplina sociale. Ma lui la vedeva in modo diverso. In un importante scritto su Nietzsche del ’71, in cui il pensiero del tedesco è esposto senza filtri, quasi travasato in quello del suo commentatore francese, si leggono frasi su come la storia si fissi in un rituale, un insieme di regole destinato a soddisfare la violenza. La «regola», è il «piacere calcolato dell’accanimento», è il «sangue promesso». La storia è violenza, che si realizza via via in meccanismi sempre diversi. È la violenza fatta alla violenza.

A Teheran trovò qualcosa di diverso: non una messa in scena ma una rivolta premoderna. Nostalgico del 1789, del Sade rivoluzionario di «Français, encore un effort si vous voulez être républicains», scrisse articoli entusiasti. Parlò di «spiritualità politica». Vide in Khomeini la negazione vivente del potere disciplinare occidentale. Non scrisse nulla delle donne costrette al velo, degli omosessuali condannati a morte, dei tribunali rivoluzionari, della teocrazia. Quando glielo fecero notare, rispose che giudicare la rivoluzione iraniana con parametri occidentali era una forma di imperialismo culturale. Morì nel 1984 di AIDS, a Parigi, senza aver scritto una riga di autocritica sulla sua esaltazione per la rivoluzione khomeinista. Ma forse l’errore è pensare che non avesse capito.

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