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Ciclopi, ninfe, maghe: sulle tracce di Odisseo

Quando, nel III secolo aC., nasce la letteratura latina – a opera di un poeta di madrelingua greca, Livio Andronico, originario di Taranto, caduta in mano romana nel 271 a.C. – arriva la traduzione latina di Omero
di Silvia Stucchi giovedì 16 luglio 2026

3' di lettura

Quando, nel III sec. a.C., nasce la letteratura latina – a opera di un poeta di madrelingua greca, Livio Andronico, originario di Taranto, caduta in mano romana nel 271 a.C. – arriva la traduzione latina di Omero. Ma non l’Iliade, poema bellico che si sarebbe ben intonato alle inclinazioni guerresche dei Romani, bensì dell’Odissea, col titolo di Odusia.Del resto, il poema era ambientato nel Mediterraneo, verso il quale, ormai, si stavano orientando le mire dei Romani, che, ben presto, con le guerre Puniche, ne avrebbero conteso il dominio ai loro avversari storici, i Cartaginesi (Poeni, in latino).Vediamo allora quali possono essere i luoghi che Omero trasfigurò nel suo poema, facendovi sbarcare il suo eroe. Ma attenzione: uno dei detti dei filologi alessandrini è che si saprà con assoluta certezza dove siano i luoghi omerici solo quando si saprà con precisione da quale animale Eolo ha ricavato la pelle per realizzare l’otre dei venti donato all’eroe.Ma se proprio vogliamo impegnarci in questo divertissement, vediamo quali dei luoghi odissiaci potremmo visitare nelle nostre vacanze, al di là del disaccordo dei singoli studiosi su questa o quella particolare località.

E, per saperne di più, consultiamo L. Ferrari, Realtà e fantasia nella geografia dell’Odissea (Palermo 1968), o il più recente Sulle rotte di Ulisse. L’invenzione della geografia omerica, di L. Braccesi (Laterza 2020).La terra dei Lotofagi viene collocata a Djerba, o comunque in Tunisia: qui la popolazione (IX, 82-104) accoglie con favore Ulisse e compagni, offrendo loro il loto, unico elemento della loro dieta, che ha però pessimi effetti perché «chi di loro mangiò del loro dolcissimo frutto, / non voleva portar notizie indietro e tornare, / ma volevano là, tra i mangiatori di loto, a pascer loto restare e scordare il ritorno» (94-97, trad. di R. Calzecchi Onesti).Dei Lotofagi, del resto, parla anche Erodoto, il più antico storico dell’Occidente mediterraneo, nel V secolo a.C., ma li menziona (4, 177), per usare le parole di Braccesi, «non come un popolo mitico, ma allineandoli sullo stesso piano di altre popolazioni della costa libica», e menzionando anche il frutto del loto, che «è grande quanto una bacca di lentisco e per dolcezza è molto simile al frutto della palma. I Lotofagi ne traggono anche un vino».Ben diversa accoglienza Odisseo riceve dal Ciclope Polifemo, che spregia tutte le leggi della xenia, l’ospitalità, e che rappresenta la barbarie allo stato puro. Anche tale avventura si trova nel libro IX, nel lungo racconto che Ulisse fa al re dei Feaci (collocati ora a Corfù, ora a Trapani, e da qualcuno in Cirenaica). Quanto ai Ciclopi, di solito essi sono collocati presso Erice o presso l’Etna o Pantelleria (ma non è mancato chi si spingesse a indicare la Sardegna sud-occidentale), mentre i Lestrigoni, antropofagi, sono per lo più collocati presso le Bocche di Bonifacio.

NEL REGNO DEI MORTI Abbastanza concorde è la collocazione di Circe presso il Circeo (ma Pocock la volle addirittura a Ustica), mentre la terra dei morti si apre presso il Lago Lucrino, il più piccolo dei Laghi Flegrei. Parla chiaro, del resto, l’etimologia del nome di uno di questi laghi, l’Averno, che poi per antonomasia indica il regno dei morti, dato che le sue esalazioni solforose, secondo tradizione, uccidevano gli uccelli che lo sorvolavano: infatti, gli antichi spiegavano il nome come dato da una alfa privativa prima della parola “uccello” (in greco ornis).Tuttavia, non va dimenticato che le avventure di Ulisse, nel poema omerico, sono per lo più raccontate da lui stesso in forma di flash-back, dopo il naufragio che lo ha colto nel libro V, dopo la partenza dall’isola di Ogigia. Qui per sette anni (ah, furbetto!) è stato ospite della bella ninfa Calipso. Il nome è connesso col verbo kalypto, “coprire, nascondere”, e non solo ella è «colei che nasconde», ovvero il mortale di cui si innamora, ma la sua isola è remotissima. Alcuni la collocano a Malta, altri a Gibilterra, ma non ha molto senso, in verità, cercare di identificare con precisione un luogo poetico ideato per simboleggiare ciò che è lontano, favoloso.I commentatori sono invece abbastanza concordi nel collocare in corrispondenza dello stretto di Messina Scilla e Cariddi «divina, che l’acqua salata inghiottiva del mare / con suono tremendo, che poi rigettava fuori / e tutta in gorgoglio travolta bolliva / come fa una caldaia sul fuoco che arde» (XII, 235-238). Un quadro spaventoso, che doveva simboleggiare i pericoli che funestano i viaggi per mare, quelli che anticamente rendevano il viaggiare una autentica Odissea.

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