Ogni volta che le avranno detto di fermarsi - ma che cosa vuoi fare, che azzardo - lei ha tirato dritto, senza fermarsi neppure quando pensa che ormai sia tutto finito, che si sta per toccare il fondo. Non c’è tempo per disperarsi, tanto meno per considerare quello che dicono tutti. Come quando Rosellina era studentessa di Economia alla Cattolica di Milano, anni in cui le donne che la frequentavano erano delle vere mosche bianche, imbracate nei grembiuli neri, e lei se li slacciava e guardava con aria di sfida chi tuonava contro le ragazze che si truccavano.
Con lo stesso sguardo diritto e pieno di forza con cui, anni più tardi, sceglieva i disegni di un allora sconosciuto Maurice Sendak e i suoi racconti lunari per bambini e per sognatori. Mi piace, ci credo, è un rischio, ma vado avanti: fino a venerdì quando, all’età di 93 anni a Santa Margherita Ligure, nella sua casa sul mare che amava tanto, non si è interrotta la lunga strada percorsa da Rosellina Archinto, nata a Genova nel 1933, protagonista della scena editoriale italiana dalla seconda metà del Novecento, fondatrice della storica Emme Edizioni, che ha diffuso in Italia i più grandi disegnatori stranieri come Sendak, Leo Lionni, Tomi Ungerer, Eric Carle, Guillermo Mordillo e ha lanciato nel mondo i disegnatori italiani tra cui Enzo e Iela Mari, Bruno Munari, Emanuele Luzzati, Flavio Costantini.
LA SVOLTA
Nei primi anni Ottanta, vende la casa editrice. Dirà: «Avevo avuto un periodo difficile, era morto mio marito, la Emme era cresciuta troppo. Decisi di svoltare». Nel 1985 ne fonda un’altra, la Rosellina Archinto Editore e nel 1999 ha fondato la Babalibri, in collaborazione con la figlia Francesca. È sempre stata la stessa, per chi l’ha conosciuta e per come appare nelle interviste, negli incontri, che traspare dai racconti: precisa e divertente, brusca e gentile allo stesso tempo.
Milano, anni Cinquanta. La volitiva Rosellina, proprio alla Cattolica, incontra, il conte Alberico Archinto, lo sposa, partorisce cinque figli in sette anni. Nel frattempo avviene il “salto” a New York, per due anni, dove matura quella che era stata una sorta di folgorazione: ama i libri, i quadri, i disegni, gli artisti, la vita degli artisti. Che fare? Ecco la strada: la letteratura per l’infanzia. Però in quel periodo, come lei stessa spiegava, i libri per l’infanzia erano «una cosa orribile: bambine ricciolute, testi mielosi. Io volevo fare libri prima di tutto belli». Nasce così la Emme Edizioni ((dove "emme" sta per il suo cognome da ragazza, Marconi) , dove approdano Leo Lionni e Lele Luzzati, Bruno Munari, Enzo Mari, tra i tanti. Addio racconti stucchevoli e immagini dolciastre. Vengono proposte storie nuove, disegni all’avanguardia, un gusto artistico di livello alto, sempre personale e spesso “fuori rotta”.
Eppure, nel mondo dell’editoria l’impresa viene considerata con sufficienza: i suoi sono solo “libretti”, il divertimento di una “sciura” della Milano bene che passa il tempo e spera pure di guadagnarci. Invece, è la dimostrazione di un assioma: a vivere di libri non ci si arricchisce, tutt’altro. L’impulso primario è l’incontro con la bellezza. Lo spiega in un articolo scritto per il Foglio, Giampiero Mughini: Valga per tutti il libro che fece da capostipite della casa editrice della Archinto, il Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni pubblicato nel 1967. Uno dei più bei libri del Novecento italiano, quello dove un grumo di colore giallo e un grumo di colore blu si rincorrono, si rimpallano e finiscono per abbracciarsi lungo 44 pagine ognuna delle quali ha in basso una scritta di Lionni, l’ultima delle quali sotto l’immagine di numerosi grumi di colori tutti diversi, recita lapidariamente “e i bambini giocarono fino all’ora di cena”».
Poi arriva lo scandalo: lascia casa sua perché innamorata di un altro, Leopoldo Pirelli; non c’è il divorzio, ancora, nel 1971, e non resta che abbandonare il tetto coniugale. Capitolo dopo capitolo, anche la vita della Archinto si sfoglia come un romanzo. E a un certo punto, nel 1985, diventa anche un romanzo epistolare. Nel senso letterale, perché si convince a tentare un’altra strada tortuosa, ossia pubblicare le lettere tra scrittori, musicisti, pittori...
Comincia con le lettere inviate da George Sand ad Alfred de Musset. Svelando anche lati inaspettati: le lagne di Nietzsche che quando scrive alla mamma e alla sorella parla praticamente solo dei disturbi di stomaco e del tempo brutto. O le immagini esplicitamente erotiche evocate dal premio Nobel Eugenio Montale nelle pagine che inviava a Margherita Dalmati. In una delle ultime interviste, al Corriere della Sera, dichiara, a quasi novant’anni, di essere soddisfatta della sua vita: «Ho fatto scelte considerate scandalose, altre considerate visionarie, se non completamente pazze. Ma ho seguito la mia strada e io penso che la felicità sia proprio nella coscienza di aver fatto qualcosa che ci appartiene».




