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Uso e abuso dell'avverbio. Ma è davvero un nemico?

In genere serve ad ancorare il discorso alla realtà, ma viene evocato solo quando ci si trova a ingigantire i fatti per puro gusto d’enfasi
di Angelica Grivel Serra martedì 1 settembre 2026

4' di lettura

L’avverbio letteralmente, il più frusto del nostro tempo, vive una crisi identitaria: deve ancorare il discorso alla realtà, ma viene evocato solo quando ci si trova a ingigantire i fatti per puro gusto d’enfasi. È un tic che domina le nostre conversazioni quotidiane, dai reels su Instagram ai più ordinari intrecci conversazionali, questo uso quasi patologico di letteralmente, evoluto forse in contronimo. Ossia: lo si adopera proprio quando un certo evento non è accaduto davvero. «Stavo letteralmente morendo di freddo», «ci siamo letteralmente spaccati dalle risate».

C’è un chiaro paradosso. Letteralmente è porzione grammaticale che dovrebbe affidare al discorso un fondamento di realtà - appunto letterale e priva di traslati, e viene invece applicata ovunque come cerotto discorsivo, riempitivo ieratico, specie nel momento in cui ci si avventura nel territorio più sfacciatamente metaforico. D’altra parte, a una rapida consultazione del vocabolario Zingarelli 2026, alla voce letteralmente risultano due definizioni attestate: «1. alla lettera; 2. nel preciso significato della parola; proprio, davvero, realmente».

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PAROLE DI PLASTICA
Verrebbe da chiedersi se ci si trovi di fronte a un fenomeno da “parola di plastica”, per dirla con il linguista e accademico della Crusca Michele Cortelazzo, che nella sua omonima rubrica scandaglia le derive più o meno sensate e pop del lessico contemporaneo. Inaugurata nell’ottobre 2025, la rubrica accomuna specificamente sotto la tettoia di quelli “di plastica” il corollario di lemmi che risultano infatti «indisponenti non in sé, ma per l’uso, o meglio per l’abuso che abitualmente se ne fa», financo sulla stampa.

Eppure, a voler essere filologicamente onesti, la colpa non è poi tutta da scaricare sulle abitudini linguistiche sancite dagli algoritmi TikTok. Come ha ricordato lo stesso Cortelazzo, l’ipnosi da letteralmente ha un passato che sorprende: già nel 1876, infatti, sulle austere e prestigiose pagine de La Civiltà Cattolica, la rivista culturale dei gesuiti, faceva la sua comparsa un letteralmente impiegato in un contesto atipico perché allegorico, nella frase «è un opuscolo letteralmente divorato dal pubblico». Segno che la tentazione di stampellare il discorso con un avverbio è prassi antica, una vertigine costante della lingua viva cui è difficile abdicare. Bisognerebbe dunque capire che non è un problema l’uso di letteralmente in accezione metaforica; lo è però dimenticare il significato dell’avverbio stesso.

Detto in somma chiarezza: è vero che letteralmente può essere usato in senso figurato. Ma è altrettanto ovvio che letteralmente non significhi figurativamente. Se nel parlato la natura della deriva avverbiale assume una sua spontaneità, è nella dimensione della pagina letteraria che l’avverbio in quanto entità evolve in campo di dibattito, tra strenui difensori da una parte e tranciante criticismo sulla sponda opposta.

«If you see an adverb, kill it», «Se vedi un avverbio, uccidilo», sentenziava Twain. Vige, sempreverde, il celebre monito di Stephen King, secondo il quale «la strada per l’inferno è lastricata di avverbi». Una certa manualistica contemporanea e una buona percentuale di corsi di scrittura creativa parlano dell’avverbio come di un terreno pericolante; lo spiega Loredana Germani della Scuola Genius, rilevando in esso il rischio concreto che si renda «migliore amico dei cliché», strada facile, laddove lo scrittore per essenza dovrebbe invece «faticare, essere instancabile» nella ricerca di esattezza.

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SEMINARLI CON CURA
Un dettaglio, questo, non incompatibile con una letteratura che si smarca dai minimalismi di maniera. Tra le varie voci incluse nel recente volume edito da Treccani Libri Le parole dei romanzi, a cura di Valeria della Valle e Cristina Faloci, lo scrittore Francesco Piccolo rivendica in merito una posizione ponderatamente ribelle. Nel ricordare come Simenon raccontasse di «agitare il manoscritto a fine stesura per farne cadere tutti gli avverbi», Piccolo confessa che abbandonarli è, per lui, un simbolico lutto. Tuttavia, quando li si semina con consapevolezza, sanno cambiare in modo dirimente la personalità di uno scritto: Piccolo li raffigura come «quell’inciampo che è esattamente ciò che io voglio dire, o sento di voler raccontare», capace di restituire in modo millimetrico l’intenzione profonda di chi scrive.

Questo “inciampo” è la prova che la scrittura è ritmo, voce, temperamento. E la grande letteratura vive proprio di questi scarti musicali: riaprire in un impeto di nostalgia Il grande Gatsby di F.S. Fitzgerald svela, matita alla mano, la presenza di ben sette avverbi sparsi nel raggio di appena due pagine. La vera dicotomia non è mai manichea, dunque, tra chi venera gli avverbi e chi li demonizza, ma tra l’automatismo e la scelta. Il labor limae oraziano rimane ottima prassi di tutela letteraria. Al tempo stesso, estirpare tutti gli avverbi nel nome di un purismo della brevità sarebbe forse un tragico errore: finirebbe per togliere ossigeno al racconto e uccidere la let■ teratura. Letteralmente.

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