Al cimitero di Weimar, fino all’arrivo degli Alleati, sulla terra che ricopriva la bara c’era solo una croce di legno con il numero 262. Nessun nome: «Eine unbekannte Frau»; «una donna sconosciuta».
Fu sfregiata fino all’ultimo, la principessa italiana Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia, secondogenita del re d’Italia Vittorio Emanuele III: sepolta senza nome. Né quello di battesimo, né quello con il quale era conosciuta fin dal suo ingresso nel campo di concentramento di Buchenwald, a metà ottobre del 1943: “Frau von Weber”. Identità che le era stata assegnata su ordine del quartier generale di Adolf Hitler e con la quale era stato registrato il suo decesso, avvenuto il 28 agosto 1944.
I tedeschi la disprezzavano: dopo l’armistizio siglato dall’Italia con gli angloamericani, la furia vendicativa nazionalsocialista si era abbattuta su Mafalda, colpevole di essere una rappresentante di quei Savoia che avevano tradito l’alleanza con la Germania. Ma l’occultamento aveva probabilmente anche una ragione più meschina: far sparire ogni traccia del martirio cui fu sottoposta la principessa, rapita con l’inganno a villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata del Terzo Reich a Roma, il 22 settembre 1943, e poi rinchiusa in una baracca di Buchenwald, dove morì nel bordello del campo in conseguenza di un’operazione cui fu sottoposta al braccio sinistro dopo un bombardamento alleato. Il destino è stato crudele più volte verso “Muti”, come Mafalda era chiamata in famiglia.
NEL POSTO SBAGLIATO
Da viva, la principessa ha avuto la sfortuna, durante il periodo più caotico del Regno d’Italia (tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943), di trovarsi sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Da morta, vittima di una incomprensibile damnatio memoriae da parte della Repubblica pur essendo vittima del “nazifascismo” contro il quale si erano unite le forze politiche della “nuova Italia”. Recuperando alcuni documenti inediti nell’archivio documentale del padre Renato, che alla vita della secondogenita di Vittorio Emanuele III aveva dedicato un volume di successo nel 1982, Gian Luca Barneschi in Mafalda di Savoia, il martirio di una principessa italiana - Edizioni Cantagalli, 328 pp, euro 23,00 – ripercorre l’ultimo anno di vita di “Muti”. Caratterizzato da un’incredibile serie di «dettagli» che a 41 anni e 9 mesi la condannarono a morire in solitudine, senza avere notizie del marito (il principe tedesco Filippo d’Assia) e dei quattro figli, in un campo di prigionia tedesco dopo un tentativo di amputazione del braccio sinistro effettuato «da un medico che non aveva mai eseguito questo genere di interventi». I «dettagli» sono decisivi in questa storia.
Senza la misteriosa malattia che provocò la morte del cognato Boris III, zar di Bulgaria, Mafalda non si sarebbe mai messa in viaggio – e che viaggio – per raggiungere la capitale Sofia in treno partendo dalla stazione Termini di Roma per stare vicino alla sorella Giovanna. Era il 28 agosto 1943 e la Casa Reale non la informò di ciò che stava bollendo in pentola: le trattative per l’armistizio con gli Alleati dopo la sostituzione di Benito Mussolini con Pietro Badoglio. Il funerale di Boris si tenne il 5 settembre: appena due giorni prima, in gran segreto, il generale italiano Roberto Castellano aveva firmato in una tenda di Cassibile, in Sicilia, l’armistizio con gli angloamericani. Nulla fu comunicato a Mafalda, diventata preda appetibile per le vendette hitleriane. Così il viaggio di ritorno iniziò alle 18,45 del 7 settembre, senza accelerare il rientro a Roma. Solo durante la sosta a Budapest, il 9 settembre, ad armistizio ufficialmente proclamato, la principessa fu messa al corrente dalla regina madre di Romania di quanto era accaduto.
IL TRANELLO
Mafalda fu una vittima collaterale, ecco l’altro elemento significativo del volume di Barneschi, dell’inettitudine con la quale i vertici monarchici, governativi e militari gestirono le fasi successive alla firma di Cassibile. La data del 12 settembre per l’annuncio della resa incondizionata, frutto unicamente delle congetture di Castellano, ingenerò nella classe dirigente del Regno l’illusione di avere un margine operativo che in realtà non c’era.
Così quando gli Alleati decisero di rendere pubblica la cessazione delle ostilità con l’Italia l’8 settembre, sia la Corona, sia il governo, furono colti maldestramente di sorpresa. A cascata, a rimetterci fu anche Mafalda: se effettivamente l’armistizio fosse stato ufficializzato il giorno 12, la principessa avrebbe avuto il tempo di mettersi in salvo ricongiungendosi alla sua famiglia. Invece quando raggiunse Roma il 21 settembre per riabbracciare i figli dopo le tappe intermedie a Pescara e Chieti, la Capitale era in mano tedesca. Con Herbert Kappler, capo del servizio di sicurezza delle SS, libero di tendere il tranello alla principessa convocandola a villa Wolkonsky con la scusa di ricevere una telefonata del marito, il principe d’Assia in realtà a sua volta prigioniero di Hitler.
Mafalda non sospettò nulla, ma di fatto si consegnò ai suoi carnefici, che come ultima destinazione le aprirono le porte di una baracca del campo di Buchenwald, dove avrebbe trascorso i suoi ultimi dieci mesi di vita. Ancora i «dettagli»: la sezione dove era reclusa era la più vicina alla fabbrica Gustloff, un sito riconvertito alla produzione di armamenti che gli Alleati avevano annunciato di voler colpire, invitando i responsabili del campo a mettere in sicurezza gli internati. Cosa naturalmente che non avvenne. L’ultimo «killing joke», lo definisce Barneschi, ai danni della principessa.