Sesolo avessimo dato retta a Vittorio Messori, l’avremmo fatta finita da tempo con questa storia del colonialismo di cui, secondo i Torquemada del woke, noialtri europei dovremmo pentirci e recitare il mea culpa ogni due per tre. Sarebbe bastato leggere e adottare quale breviario laico uno dei libri più importanti del grande apologeta scomparso di recente, quel Pensare la storia (Edizioni Paoline, 1992) in cui l’autore, grazie al suo rigoroso approccio d’inchiesta fondato su di un uso sistematico delle fonti storiche, documentali e testuali, smontava pezzo per pezzo anche questa leggenda nera che, a proposito di occupazione, sottomissione e sfruttamento di terre altrui, attribuisce una sorta di primazia e di esclusiva al popolo bianco. Messori ha dimostrato che nell’età moderna la schiavitù nel Mediterraneo non era a senso unico. Se da un lato i corsari barbareschi (musulmani) catturavano cristiani sulle coste europee per venderli in Nordafrica, dall’altro le flotte cristiane (come i Cavalieri di Malta o i Cavalieri di Santo Stefano) catturavano navi musulmane, riducendo in schiavitù gli equipaggi “infedeli”. Chi è senza peccato...
DATE E NUMERI
E comunque, secondo lo studioso di Sassuolo, la tratta degli schiavi operata dal mondo arabo-islamico ai danni delle popolazioni dell’Africa subsahariana è stata numericamente immensa (stimata tra i 15 e i 17 milioni di persone) e, per soprammercato, è iniziata prima e terminata molto dopo rispetto a quella europea. Le cifre dei cattivati fornite da Tidiane N’Diaye, nel suo saggio La tratta arabo-musulmana. Tredici secoli di razzismo e stermini ripubblicato da Massari (254 pagine, 16 euro, titolo originale dell’opera, uscita nel 2008 per Gallimard, Le Génocide voilé, Il genocidio velato), forse l’unico studio dedicato allo schiavismo a lungo praticato nel mondo arabo musulmano, non si discostano granché da quelle conteggiate da Messori: siamo sempre nell’ordine dei 15 milioni e più di povericristi finiti nelle grinfie di questi mercanti di carne umana senza scrupoli. Soltanto nell’Africa subsahariana.
I negrieri arabi cominciarono a depredare i villaggi dell’Africa Nera già nel VII secolo dopo Cristo e continuarono il loro turpe commercio sino alla fine dell’Ottocento, benché poi in certi Paesi lo schiavismo sia proseguito anche nel secolo successivo. Si pensi che in Etiopia a proibirlo fu il generale De Bono, nel 1935, dopo la conquista italiana dell’Abissinia. E che l’ultima nazione al mondo ad abolire per legge il possesso di schiavi è stata la Mauritania nel 1980.
Le razzie consumate dai maomettani furono nel segno dei massacri, delle sottomissioni e delle castrazioni per procacciarsi eunuchi, frutti prelibati per affetti da parafilia. E questo perché, scrive l’autore senegalese, dietro il pretesto religioso, commettevano i crimini più rivoltanti e le crudeltà più atroci. «Ciò spinse Edouard Guillaumet a dire», racconta N’Diaye «che disgrazia per l’Africa, il giorno in cui gli arabi misero piede nell’interno. Poiché con loro penetrarono sia la loro religione sia il loro disprezzo per il Negro». La tratta schiavistica arabo-musulmana iniziò quando l’emiro e generale arabo Abdalahh ben Said, impose ai sudanesi un bahkt (accordo), concluso nel 562, obbligandoli a consegnare annualmente centinaia di schiavi.
La maggior parte di costoro era prelevata dalle popolazioni del Darfur. E questo fu il punto di partenza di un enorme prelievo umano, che terminerà ufficialmente solo all’inizio del XX secolo.
«La predazione di uomini da parte dei mercanti arabi era simile a quella degli europei, ma se possibile ancor più violenta e crudele. Oltre ad appoggiarsi a sovrani e capotribù locali, che vendevano i propri sudditi in cambio di merci, in altri casi i predoni calati dal Magreb circondavano di notte i villaggi, eliminavano le sentinelle, massacravano gli anziani e imprigionavano i più giovani, sia maschi che femmine», scrive l’autore. «Una di queste scorribande è stata descritta a fine Ottocento dall’esploratore tedesco Gustav Nachtigal: visitando il lago Tanganica si era imbattuto in una distesa di cadaveri insepolti, dei quali chiese conto a uno dei mercanti arabi della zona. La risposta fu agghiacciante: “Un tempo eravamo abituati a gettare qui i cadaveri dei nostri schiavi morti e ogni notte le iene venivano a portarli via: ma quest’anno, il numero dei morti è stato così grande che gli animali non bastano più a divorarli. Si sono disgustati della carne umana”». Una pagina così dolorosa della storia dei popoli neri sembra non essere stata ancora voltata definitivamente. «Sarebbe veramente l’ora» commenta N’Diaye «che la genocida tratta schiavistica arabo-musulmana fosse esaminata e inserita nel dibattito, allo stesso titolo della tratta transatlantica». L’invito andrebbe rivolto a quei sacerdoti della cultura della cancellazione convinti che la colonizzazione sia uno dei tanti marchi d’infamia da imprimere sulla pelle della sola civiltà eurocentrica.