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Ricomincia la ricerca dell'Arca di Noè

di Maurizio Stefanini giovedì 1 ottobre 2026

3' di lettura

Riprende la ricerca dell’Arca di Noè. In realtà la gran parte degli studiosi anche cristiani, oggi, considera il racconto biblico del Diluvio Universale non Storia, ma un misto tra Mito e Allegoria. Derivato da più antiche mitologie mesopotamiche, anche se probabilmente anche ricordo trasfigurato di qualcosa che era veramente avvenuto: presumibilmente, le grandi inondazioni che seguirono lo scioglimento dei ghiacciai dopo la fine dell’ultima era glaciale, e che sicuramente sommersero il collegamento terrestre tra Inghilterra e Europa, e collegarono il Mar Nero al Mediterraneo.

Anche l’Ararat, il monte di 5137 metri che è il più alto della Turchia e che è associato al luogo dove l’Arca si sarebbe posata, in realtà deriva il proprio nome da Urartu, che indica una molto più vasta regione comprendente Anatolia, Caucaso e Mesopotamia. L’individuazione precisa fu fatta nel V secolo. Ma nel 2029 saranno i due secoli esatti da quella scalata di Friedrich Parrott che formalmente aveva solo scopo esplorativo, ma da cui quel medico tedesco tornò appunto riferendo che gli armeni lo consideravano il luogo dove Noè aveva toccato terra dopo i quaranta giorni di pioggia.

Da allora le spedizioni con lo scopo esplicito di ritrovare i resti dell’imbarcazione sono state numerose. Tra il 1973 e il 1982, ad alcune di queste partecipò l’ex-astronauta James Irwin, che nel 1971 come pilota dell’Apollo 15 era stato l’ottavo uomo a porre piede sulla Luna. E adesso la febbre per l’Arca sembra riaccendersi, anche sulla base del fatto che col riscaldamento globale lo scioglimento dei ghiacciai renderebbe l’accesso più agevole.

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160 METRI
Il sito su cui si centrano le ultime ricerche sta a 20 chilometri a sud dell’Ararat e si chiama Durupinar: in onore del suo scopritore, l’ufficiale turco Ilhan Durupinar. Grande formazione rocciosa con l’aspetto di una barca che esce dalla terra, ha una lunghezza di 160 metri che è molto vicina a quella indicata per l’Arca dalla Genesi: 157 metri, per 26 di larghezza e 16 di altezza. Iniziò ad attrarre attenzione dagli anni ’90, ma adesso è partita la più completa campagna di analisi mai realizzata sul sito, con ampio uso di tecnologie avanzate: sistemi di imaging ad alta risoluzione, telerilevamento, georadar e un robot su ruote con telecamera in grado di esplorare e mappare le cavità sotterranee.

Il radar ha infatti rilevato anomalie sotto la superficie, con variazioni nei segnali che potrebbero riflettere cambiamenti nella composizione del sottosuolo. Ci sono inoltre cavità e strutture angolari a diversi metri di profondità. Il team, autorizzato dal governo turco e guidato da Cenker Atila, archeologo dell’Università Cumhuriyet di Sivas, sta lavorando per determinare se questi segni corrispondano a passaggi, cavità e aree costruite, o se siano il risultato di processi naturali. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Daily Sabah, si è iniziato rilevando punti Gps e creando mappe tridimensionali dell’area.

Successivamente, sono state condotte indagini radar e campionamenti mirati. La nuova fase dell’indagine, appena partita, prevede la carotatura: una tecnica che estrae sottili cilindri di terreno e roccia per determinarne la composizione in profondità senza disturbare ampie aree del sottosuolo. L’obiettivo è confrontare le rilevazioni radar con le evidenze fisiche provenienti dalla formazione. E adesso è stato pubblicato il primo video dentro un foro, realizzato appunto dal robot Gopher.

La trivellazione più profonda è arrivata finora a 18 metri, ma sui 4-5 metri una punta si è rotta su uno strato “più duro del calcare”, e i campioni prelevati dall’interno della formazione contenevano circa il 40% in più di carbonio rispetto a quelli raccolti in superficie. Legno pietrificato? I dati stanno ora venendo analizzati da laboratori esterni, l’Università Cumhuriyet prevede di completare di pubblicare i primi risultati della ricerca nel 2027.

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