Salasso

Irpef, rovinosa stangata: ecco i comuni in cui la tassa schizza alle stelle, quanto paghi in più

È il momento di dare non di prendere, diceva qualche tempo fa Mario Draghi. Eppure, quando il premier si è trovato di fronte al bivio non ha avuto grandi esitazioni. Lo scostamento di bilancio, considerato anche il risveglio dello spread, è escluso. I soldi del Pnrr non si possono, almeno per ora, dirottare. Gli aiuti contro il caro bollette, peraltro insufficienti, si sono già mangiati tutte le risorse rastrellate nelle cosiddette pieghe del bilancio. Ed ecco allora che di fronte alla necessità di allargare lo scudo per i comuni in difficoltà con i conti, secondo un modello già messo in atto per Napoli, Torino, Reggio Calabria e Palermo (che si beccano pure 2,67 miliardi stanziati nella finanziaria), il governo ha pensato bene di pescare ancora una volta nelle tasche dei contribuenti.

 


Intendiamoci, non che i soldi pubblici arrivino da altre parti, ma in questo caso, come anticipato il 5 maggio da Libero, invece che dalla fiscalità collettiva si è preferito attingere direttamente dai redditi degli italiani. Per la precisione dai 6,5 milioni (4,5 milioni di contribuenti) che hanno la sfortuna di abitare in una delle città prese di mira dall'articolo 43 del decreto aiuti. «Al fine di favorire il riequilibrio finanziario, i comuni capoluogo di provincia che hanno registrato un disavanzo di amministrazione pro-capite superiore a 500 euro», si legge nel provvedimento approvato la scorsa settimana e non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, «possono sottoscrivere un accordo per il ripiano» con il governo.


MARGINE DI SFORAMENTO

Per raggiungere l'obiettivo, oltre ad attuare una serie di misure di buon senso, in sostanza tagli alla spesa, avranno anche la possibilità di «deliberare l'incremento dell'addizionale comunale all'Irpef, in deroga al limite previsto». Ora, cosa pensate sceglieranno i sindaci a corto di grana? Mettere a dieta il bilancio o superare quel limite dell'8 per mille che è stato già raggiunto, stando al monitoraggio dell'Ufficio parlamentare di bilancio, dal 45% dei comuni dove vivono circa tre quarti della popolazione? Il margine di sforamento concesso dal governo per far quadrare i conti è del 2 per mille. Ma la stangata potrebbe essere anche più pesante. La stessa procedura, prosegue infatti la norma, potrà essere applicata anche ai comuni capoluogo di provincia con un debito pro capite superiore a mille euro. In questo caso gli enti protranno prevedere l'aumento dell'Irpef locale del 2 per mille oppure aggiungere (o sostituire) al salasso anche una bella addizionale comunale sui diritti di imbarco portuale e aeroportuale di almeno 2 euro a passeggero. Così, tanto per dare una bottarella pure al turismo.
Vabbè, direte voi, ma per far scattare la tagliola servono precisi requisiti che restringono la platea e riducono il rischio per i contribuenti. Ebbene, il Sole 24 Ore si è andato a spulciare i bilanci degli enti locali e ha stilato l'elenco dei comuni che già ora si trovano nelle condizioni previste e che, appena trascorsi quei 60 giorni previsti dalla legge, potranno tranquillamente far partire l'operazione spremitura. 

 

 


Nella lista dei 500 euro di deficit per abitante ci sono 18 città, tra cui anche le 4 che già possono tassare oltre il limite coi patti governativi. Le altre, partendo da quelle con il rosso più elevato, sono Salerno, Chieti, Potenza, Rieti, Vibo Valentia, Lecce, Catanzaro, Andria, Alessandria, Avellino, Agrigento, Frosinone, Brindisi e Nuoro. Tutti comuni che sono da tempo alle prese con significative difficoltà di bilancio e che probabilmente, esigenze elettorali permettendo, non si lasceranno sfuggire l'occasione.


SINDACI AFFAMATI

Qualche sorpresa in più la troviamo nell'elenco dei capoluoghi di provincia che hanno un debito più elevato di mille euro per abitante. Qui la platea è più ristretta, solo cinque città, ma è formata da tutti centri importanti ad alta densità abitativa. Al primo posto c'è infatti Milano, che ha conti solidi, ma 3,6 miliardi di debito. E i cittadini possono stare relativamente tranquilli soltanto perché lo stesso decreto aiuti ha anche concesso al capoluogo lombardo di poter utilizzare i 145 milioni avanzati dal bilancio precedente. Altrimento non è detto che anche Beppe Sala non avrebbe fatto un pensierino sull'addizionale extra. Subito dopo c'è Genova, con 566 milioni di debito. Seguono Firenze, Catania e Venezia. «Ci sembra davvero paradossale che l'esecutivo denomini "decreto aiuti" un provvedimento che, in realtà, nasconde ulteriori balzelli a carico dei cittadini», è il commento di Fratelli d'Italia.