Il caso

Stipendi, perché le paghe differenziate non spaccano l'Italia

Attilio Barbieri

La proposta della Lega di adeguare i guadagni dei lavoratori dipendenti al costo della vita, formalizzata con un disegno di legge presentato al Senato, ha scatenato un’ondata di polemiche. Pd e 5 Stelle hanno gridato allo scandalo: così si spacca il Paese, ha tuonato Marco Sarracino, responsabile Sud nella segreteria nazionale Dem. «La lega presenta un Ddl per differenziare gli stipendi sulla base del diverso costo della vita tra territori», argomenta Sarracino, «e dopo l’autonomia differenziata ecco l’ennesimo atto per continuare a spaccare l’Italia e aumentarne i divari». Gli faceva eco la senatrice pentastellata Elisa Pirro, che affidava a X, l’ex Twitter, una dichiarazione bellicosa: «Il M5S si opporrà con tutte le sue forze alla proposta con cui la Lega vuole riportare il Paese indietro di cinquant’anni tornando alle gabbie salariali». La Cgil, con la segretaria confederale Francesca Re David, stigmatizza quello che ritiene addirittura «un attacco alla funzione solidale del contratto nazionale e al sindacato in quanto rappresentanza collettiva dei lavoratori».

In realtà, come spiega il capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, Massimiliano Romeo, nessuno ha in animo di toccare gli stipendi. «Qualcuno al Nazareno prima di parlare dovrebbe imparare a leggere con attenzione le proposte di legge», spiega. Il Ddl parla «non degli stipendi ma dei trattamenti economici accessori», i cosiddetti accordi di secondo livello. Oggi il testo unico prevede che siano collegati ai risultati individuali, a quelli organizzativi e allo svolgimento di attività disagiate o pericolose. «Noi a questi principi», chiarisce Romeo, «aggiungiamo anche il fatto che possano essere collegati al costo della vita sui beni essenziali».

 

Soprattutto «nessuna divisione tra Nord e Sud: stiamo riconoscendo che il costo della vita cambia tra una grande città capoluogo e un comune periferico nella stessa regione», conclude il capogruppo del Carroccio al Senato, «vogliamo rafforzare la contrattazione di secondo livello, ossia quella territoriale o aziendale». D’altronde è nei fatti la diversità di costo della vita fra le grandi città - al nord come al sud - e i piccoli centri di provincia. Fino al 30 per cento delle rinunce alle proposte di lavoro per neolaureati o neodiplomati, nelle città più care come Roma e Milano, dipende proprio dal fatto che le retribuzioni previste dai contratti collettivi non coprono i costi per viverci.