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Disoccupazione, il dato più basso mai registrato

Il numero dei senza lavoro a novembre è ai minimi dall’inizio delle rilevazioni Istat. Forte discesa anche per i giovani. Lieve frenata per gli assunti, ma è sempre record
di Sandro Iacometti venerdì 9 gennaio 2026

3' di lettura

Da un po’ di anni a questa parte il consueto bollettino dell’Istat sull’occupazione scatena una frenetica “caccia all’errore”. Manco fossimo sulla Settimana enigmistica, non appena i dati vengono snocciolati un esercito di gufi, declinisti e “contro” a prescindere si prodiga con tutte le sue forze per trovare il pelo nell’uovo, il numero che fa la differenza, la cifra che ribalta la narrazione. Ogni volta è più difficile. Un grande classico, quando gli indicatori sono tutti positivi, è quello del lavoro povero. Occupazione da record, ma gli stipendi sono troppo bassi. Ieri, ad offrire un appiglio ci hanno pensato gli inattivi. A novembre, hanno tuonato le cassandre, sono arrivate al 33,5%. Disastro e sciagura. A parte il fatto che l’aumento sul mese precedente è dello 0,2%, basta allargare un attimo l’orizzonte per vedere che trimestre su trimestre, dice l’Istat, gli inattivi «sono sostanzialmente stabili».


Quello che si cerca maldestramente di nascondere è che a novembre l’Italia ha registrato un tasso di disoccupazione al 5,7%, un livello che non si è mai visto dall’inizio delle serie storiche, nel 2004. E che ha giustamente suscitato la soddisfazione di Giorgia Meloni. «I numeri sono il frutto di uno sforzo comune. Il governo continuerà a fare la propria parte per sostenere chi crea lavoro. Avanti su questa strada», ha scritto il premier sui social.


Rivendicazione che, piaccia o no, è totalmente allineata con i numeri diffusi ieri dall’Istituto di statistica. A fronte di un ottimo risultato anche sulla disoccupazione giovanile, che scende al 18,8%, con un calo dello 0,8%, appaiono del tutto trascurabili le lievi frenate sul fronte dell’occupazione. La diminuzione è infatti dello 0,1%, pari a -34mila unità, e coinvolge le donne, i dipendenti a termine e gli autonomi, i 15-24enni e i 35-49enni. Di contro, il numero di occupati cresce per i 25-34enni e rimane sostanzialmente stabile tra gli uomini, i dipendenti permanenti e tra chi ha almeno 50 anni d’età. Il risultato complessivo è che il tasso di occupazione cala al 62,6% rispetto al record di ottobre, con una flessione di appena -0,1 punti.


Insomma, per quanti sforzi si facciano per trovare aspetti negativi, la realtà, per una serie di motivi ovviamente non tutti riconducibili alle politiche del governo, è che il lavoro in Italia non è mai andato così bene. Per giunta trainato in maniera decisa da posti a tempo indeterminato, esattamente il contrario di quella precarietà che i cantori di sventura continuano a raccontare nelle piazze e nelle aule parlamentari. Nel confronto annuo, infatti, il numero di occupati supera quello di novembre 2024 dello 0,7% (179mila in più): aumentano i dipendenti permanenti (+258mila) e gli autonomi (+126mila), mentre calano i contratti a termine (-204mila).


Senza contare, altro tormentone di sindacati e opposizioni, che il nostro Paese sta progressivamente riducendo, se non annullando, quel gap che per decenni ci ha separato dall’Europa. È «un dato senza precedenti» che «si pone al di sotto della media Ue e dell'area euro: un grande risultato del Paese, di imprenditori, lavoratori e professionisti», ha detto la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone. In effetti, a novembre scorso, secondo i dati Eurostat, il tasso di disoccupazione nell'eurozona si è attestato al 6,3% e nell'Unione europea al 6%. I livelli più contenuti nell'Ue si registrano a Malta (3,1%), Repubblica Ceca (3,2%) e Paesi Bassi (4%), al contrario i più alti svettano in Spagna (10,4%), Finlandia (10,1%) e Grecia (8,2%).

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