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Lo spread in picchiata? Un beneficio per l'economia, non un giochino della finanza

Ecco perché il calo del differenziale, crollato di 200 punti base rispetto al 2008, finirà con l'aiutare tutti gli italiani. Diffidate di chi sostiene che si tratti soltanto di una manovra intangibile
di Sandro Iacometti martedì 13 gennaio 2026

3' di lettura

Le agenzie di rating sono delle divinità infallibili? Tutt’altro. Il mercato obbligazionario dei titoli sovrani è un indicatore affidabile dello stato di salute di un Paese? Non sempre. Detto questo, chi pensa che la finanza e l’economia reale viaggino su binari paralleli, e distanti, o è in malafede o sa poco di come funziona il mondo. Avete presente quando avete bisogno di un prestito, quando l’azienda vi licenzia perché deve tagliare i costi, quando sperate di guadagnare qualcosa investendo i vostri risparmi? Ebbene, in tutti questi casi, reali e concreti, la finanza ci mette lo zampino. Costo del credito (compreso quello che lo Stato chiede per finanziare il debito), investimenti delle imprese e andamenti dei mercati finanziari sono tasselli di un mosaico che ha a che fare direttamente con gli indici di Piazza Affari, i giudizi delle agenzie di rating e il famigerato spread.

Croce e delizia della politica, che solitamente maneggia i numeri della finanza con la disinvoltura di un gorilla che prova ad usare un bisturi, quel differenziale tra i nostri Btp e i Bund tedeschi non è una medaglia da appuntare sul petto o un cappello da asino da indossare dietro la lavagna. È semplicemente l’indicatore della fiducia che gli investitori ripongono nel nostro Paese. Fiducia che può essere anche mal riposta, ma la sostanza non cambia. Quando c’è, i soldi si muovono con più facilità e le cose vanno meglio. Per tutti. Se oggi il frigo è vuoto, come ama dire Elly Schlein, con lo spread oltre i 500 punti, come nel 2011, probabilmente non ci sarebbe neanche il frigo. E non è un caso se quella sinistra che oggi fa spallucce di fronte ai successi finanziari dell’Italia nel 2023 sperava nella spallata dei mercati per detronizzare Giorgia Meloni. Le cose sono andate diversamente. E di molto.

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Ieri lo spread ha chiuso a 62,8 punti, un livello che non si vedeva dall’estate del 2008 e che rappresenta una riduzione di quasi 200 punti rispetto all’autunno del 2022, quando si è insediato il governo e quando l’indice si aggirava sopra i 250 punti. Nel frattempo il differenziale tra i Btp e gli Oat francesi, fino a qualche mese fa discretamente ampio, si è azzerato. Chi ci ha guadagnato? Come spiega il Mef in una nota diffusa ieri, di parte ma difficilmente contestabile, «i benefici sono evidenti per imprese, famiglie e finanza», con «ricadute favorevoli su tutti i principali attori del sistema». Portato a casa il risultato, ovviamente il governo si concede un po’ di orgoglio, ripercorrendo gli ultimi tre anni e sottolineando che si tratta «dell’effetto visibile e misurabile del lavoro responsabile svolto dall’esecutivo». In particolare sul contenimento del debito e sul rispetto delle regole di bilancio europee.

Fattori, prosegue il Mef, «visti positivamente dai mercati e dalle agenzie di rating che hanno premiato la traiettoria di crescita e consolidamento fiscale del Paese: ad aprile 2025 è arrivata la promozione di S&P che ha alzato il rating dell’Italia a BBB+ da BBB con outlook stabile; a maggio 2025 l'agenzia Moody’s ha confermato il rating Baa3 per l’Italia e ha alzato l'outlook da stabile a positivo; a settembre 2025 Fitch ha migliorato il suo giudizio sull’Italia portandolo a BBB+ con outlook stabile; a ottobre 2025 da parte dell’agenzia DBRS è arrivata la promozione da BBB+ ad A (low), Scope ha confermato il giudizio BBB+ rivedendo al rialzo le prospettive (Outlook positivo) e KBRA ha rivisto l’outlook da stabile a positivo; a novembre Moody’s ha alzato il rating a Baa2 per la prima volta dopo 23 anni». La marcia è oggettivamente trionfale. Ma Via XX Settembre ha dimenticato un dettaglio, che è invece un punto fermo di tutte le promozioni ottenute: la stabilità politica. Che in Italia mancava da decenni e che forse piace ai mercati più dei conti in ordine.

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