Toh, S&P ha migliorato di nuovo il giudizio sull’Italia. Vabbè, ma restano i problemi sulle liste d’attesa, il lavoro povero, gli inattivi che taroccano i dati sull’occupazione, le disuguaglianze, la perdita di potere d’acquisto. E chi più ne ha più ne metta.
Un po’ di balle e un po’ di malattie croniche da cui l’Italia non è riuscita a guarire non possono, però, impedire di riconoscere che il Paese, nel 2026, è assai diverso da quello che conoscevamo nell’autunno del 2022. Merito della congiuntura, di fattori esterni, dell’allineamento dei pianeti? Mettetela come vi pare e fingiamo che a Palazzo Chigi non ci sia Giorgia Meloni.
Ma è difficile negare l’inversione di tendenza. Dal 2011 a un paio di anni fa il rating dell’Italia è passato dalle A alle B, con S&P nel 2014 e Moody’s nel 2018 che, attraverso progressivi tagli, hanno portato i nostri titoli di Stato a un passo dal livello junk (spazzatura). Poi il vento è cambiato: ad aprile 2025 è arrivata la promozione di S&P che ha alzato il rating dell’Italia a BBB+ da BBB con outlook stabile; a maggio 2025 l'agenzia Moody’s ha confermato il rating Baa3 per l’Italia e ha alzato l'outlook da stabile a positivo; a settembre 2025 Fitch ha migliorato il suo giudizio sull’Italia portandolo a BBB+ con outlook stabile; a ottobre 2025 da parte dell’agenzia DBRS è arrivata la promozione da BBB+ ad A (low), Scope ha confermato il giudizio BBB+ rivedendo al rialzo le prospettive (Outlook positivo) e KBRA ha rivisto l’outlook da stabile a positivo; a novembre Moody’s ha alzato il rating a Baa2 per la prima volta dopo 23 anni. Due giorni fa, infine, S&P ha ulteriormente migliorato il suo giudizio portando l’outlook da stabile a positivo. Fantafinanza? No, economia reale. Nello stesso giorno, infatti, l’Istat ha spiegato che la crescita nel 2025 si attesterà a +0,7%, due decimali sopra l’obiettivo del governo, e la stessa S&P ha alzato le sue stime per il 2026 a +0,8%. Si cresce piano, ma si cresce.
Quanto al rating che non conta niente bisognerebbe ascoltare quanto detto ieri dal capo di Confindustria, Emanuele Orsini. Bisogna dire che gli industriali negli ultimi mesi non hanno scommesso molto sull’Italia. Nelle ultime analisi non hanno fatto altro che spargere pessimismo, prevedendo rallentamenti della crescita, della produzione e degli investimenti. Di fronte alla promozione di S&P, però, anche loro hanno festeggiato, spiegando che tutti dovrebbero farlo. «Per noi è fondamentale riuscire a essere riconosciuti anche dal mondo, perché comunque il nostro paese migliora, vuol dire che quando ci presentiamo le nostre imprese, come in questo caso, ai nostri clienti esteri e presentarsi con i conti in ordine, è fondamentale».
E come Confindustria, evidentemente, sembrano pensarla anche gli investitori. Come ha recentemente spiegato Unimpresa, nel 2025 il valore complessivo delle società quotate ha raggiunto 808 miliardi di euro, con un balzo di 151 miliardi in un solo anno (+23%) rispetto ai 657 miliardi del 2024. Dal 2022 la crescita è del 59,4%. Ancora più incoraggianti i dati snocciolati dalla Consob, secondo cui, considerando tutti i segmenti del listino, la Borsa nel 2025 è salita da 836 a 1.077 miliardi (+28,8%). Mentre il Ftse Mib è balzato del 30%, miglior risultato dal 2000.
Paese reale o finanza? Basti pensare che nel 2022 il valore complessivo delle società per azioni, che significano pil, tasse e posti di lavoro, era sceso a 2.802 miliardi (-7% rispetto al 2021). Nel 2025 l’asticella è arrivata a 3.936 miliardi (+9,7% sul 2024) Dati che camminano insieme a quelli sul lavoro. A dicembre la disoccupazione è scesa ai minimi storici al 5,6% e l’occupazione è al 62,5%, vale a dire 24,14 milioni di lavoratori assunti. Tanto per dire, nel gennaio del 2023 erano 23,37, quasi 800mila di meno.
Tutto va a gonfie vele? Ovviamente no. I problemi sono tanti. E la strada è lunga. Ma fingere che nulla sia successo e che l’Italia non abbia ingranato una marcia diversa sul fronte dei mercati, dell’economia e della credibilità internazionale significa solo, come ha detto recentemente Romano Prodi parlando della sinistra, «voltare le spalle al Paese».