Il sistema pensionistico italiano è regolato da norme legislative, ma l’INPS le interpreta e applica spesso in modo restrittivo nelle decisioni sulle domande di pensione. Quando un cittadino vede respinta la richiesta o riceve un importo inferiore al previsto, può ricorrere in giudizio: le sentenze dei tribunali ordinari e della Corte di Cassazione possono correggere interpretazioni errate dell’INPS. Queste pronunce non modificano automaticamente la legge né obbligano l’INPS a cambiare prassi per tutti, ma creano un precedente giuridico forte: chi è in situazione analoga può citarle in un ricorso per ottenere la stessa interpretazione.Un caso emblematico è l’Ape Sociale per i “disoccupati involontari”.
L’INPS richiedeva di aver percepito integralmente la Naspi (indennità di disoccupazione) per accedere alla prestazione. La Cassazione, con le sentenze n. 24950/2024 e n. 7846/2025, ha chiarito che non è necessario aver incassato materialmente la Naspi: basta averne maturato il diritto. Lo scopo della norma è evitare la cumulabilità simultanea delle due prestazioni, non imporre un percorso obbligato. Se il lavoratore aveva i requisiti per la Naspi ma non l’ha chiesta, può comunque accedere all’Ape Sociale (resta obbligatorio il requisito contributivo: almeno 18 mesi contributivi nei 36 precedenti la cessazione).
Altro tema: la pensione anticipata ordinaria (42 anni e 10 mesi per uomini, 41 e 10 per donne). L’INPS escludeva i contributi figurativi (disoccupazione, malattia, maternità, CIG) richiedendo almeno 35 anni “effettivi”. Le sentenze Cassazione n. 24916/2024 e n. 24952/2024 hanno precisato che tale vincolo non si applica alla pensione anticipata ordinaria, ma solo a quella contributiva (post-1995, con requisiti diversi). I figurativi contano pienamente.