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Ora Trump punta a logorare il regime di Teheran

Il presidente americano si è convinto che il tempo sia un suo alleato (più degli europei)
di Fabio Dragoni venerdì 1 maggio 2026

3' di lettura

Donald Trump ha cambiato marcia. Non per ingranare la quinta ma per mettere la folle. Lasciate perdere i soliti post pacchiani tipo lui con la mitragliatrice. Niente più ultimatum, o emissari che volano a Islamabad, a Doha o a Muscat per dialogare. L’uomo che un mese fa sembrava pronto, anzi ansioso, di chiudere la partita iraniana ha improvvisamente scoperto il valore strategico del tempo. Trump si è convinto che questo sia ora un suo alleato. Di sicuro più degli europei.

Il prefigurato attacco all’isola di Kharg - cuore pulsante dell’export petrolifero iraniano - non c’è stato. Rimane sullo sfondo. I mezzi aerei e navali continuano a muoversi come se l’opzione cinetica fosse all’ordine del giorno. Ma Trump sembra essersi convinto che il modo più efficace per “prendere” il petrolio di Teheran sia quello di lasciarlo marcire nei depositi. Dalla chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz (per molti ma non per tutti) si è passati a una chiusura totale. Le esportazioni iraniane sono crollate. Secondo gli analisti di Kpler l’Iran ha al massimo tre settimane di capacità di stoccaggio prima di dover tagliare ulteriormente la produzione (già ridotta di oltre due milioni di barili al giorno). Le petroliere vengono usate come depositi galleggianti. Si riattivano impianti obsoleti. E nel momento in cui l’Iran fosse costretto a tagliare ancora la produzione si creerebbero danni semi permanenti ai giacimenti. Qualcuno riesce sporadicamente a passare. Una superpetroliera legata al Giappone, ha attraversato lo Stretto di Hormuz in uscita dal Golfo con due milioni di barili di petrolio saudita. Un segnale diplomatico? Probabile. Ma, come nota Javier Blas di Bloomberg, Tokyo non avrebbe mai corso un rischio del genere senza coordinarsi sia con Teheran sia con Washington. I grandi importatori asiatici stanno negoziando con entrambi i contendenti e non per trasportare petrolio iraniano. Sul fronte interno, la strategia sembra pagare. Rispetto a un mese fa il prezzo della benzina è alto ma tutto sommato stabile. Nessun shock inflazionistico. L’autonomia energetica degli Stati Uniti permette a Trump di viaggiare nel tempo senza fretta.

Esportazioni di petrolio triplicate rispetto all’anno scorso ed un’economia che cresce al 2% rispetto allo 0,5% di tre mesi fa. Il deficit commerciale si è dimezzato. Le elezioni di midterm di novembre sono ancora lontane; comunque molto più lontane di quanto il regime iraniano possa resistere. Ed i sondaggi danno repubblicani e democratici in sostanziale parità a livello nazionale. Trump potrebbe addirittura clamorosamente confermare la maggioranza alla Camera. In dieci delle ultime undici consultazioni di mezzo termine l’inquilino alla Casa Bianca è sempre uscito sconfitto.

Ogni settimana che passa erode la tranquillità di Pechino e dell’Europa, costrette a gestire rincari energetici e pressioni sulle supply chain. Trump sa che non può permettersi un accordo al ribasso che lasci intatte le capacità nucleari iraniane. Se per Merz queste non sono un problema, Trump lascia intendere che molti soldati americani lasceranno le basi tedesche. E soprattutto The Donald ha capito che il regime di Teheran è già cambiato.

Non è più una repubblica teocratica, bensì uno stato militare saldamente in mano ai Pasdaran ma con una forza militarmente compromessa. Vulnerabilissimo alle rivolte popolari a conflitto finito.
Un Trump senza fretta è una novità spiazzante per tutti. Gli iraniani, abituati a trattare con amministrazioni che cambiano ogni quattro anni e assetate di risultati rapidi, si trovano un interlocutore stranamente paziente.

Di sicuro più di un mese fa. La scommessa non è priva di rischi: se Teheran resistesse oltre le previsioni, la pressione interna su Trump crescerebbe. Ma il Tycoon sembra essere riuscito per ora nel trasformare la guerra in un fattore di logoramento asimmetrico per Teheran. Niente bombardamenti, ma strangolamento economico lento e implacabile. Lasciare il petrolio iraniano a marcire nei serbatoi non è solo una tattica: ma una lezione di strategia. Teheran ha meno tempo di Washington. E lo sa. 

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