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Gufi di nuovo delusi, guerre e dazi non fermano l’export: marzo da record

Il bollettino Istat mostra come a trainare le esportazioni siano soprattutto i comparti legati all’industria e all’energia
di Sandro Iacometti martedì 19 maggio 2026

3' di lettura

Stessimo parlando di epistemologia, ci sarebbe da chiedersi quante confutazioni ancora servano per mettere in crisi la falsa narrazione del tracollo economico dell’Italia. Nella scienza funziona così, per quanto bislacca, una teoria ha diritto di cittadinanza finché le evidenze sperimentali, i fatti, non ne decretano il fallimento. In politica, a quanto pare, funziona diversamente. Le continue “falsificazioni”, quando le teorie sbattono contro la realtà, non hanno alcun effetto sulle analisi non solo delle opposizioni, che ci starebbe pure, ma anche su quelle di presunti esperti e addetti ai lavori. Avete presente gli allarmi sui dazi, le profezie sull’apocalisse imminente, le sentenze senz’appello sul tragico destino delle esportazioni? Ebbene, dopo il clamoroso risultato del 2025, record di 643 miliardi (+3,3% sul 2024), i dati continuano a smentire gufi e cassandre.

Malgrado le crisi geopolitiche, il conflitto in Medio Oriente, le continue minacce sulle tariffe doganali di Donald Trump e il caos del commercio mondiale, il made in Italy a marzo ha ritoccato il suo record mensile per valore delle esportazioni: oltre 61,682 miliardi di euro, +7,4% annuale. Tutta colpa dell’inflazione? No, perché sono cresciuto del 4,2% anche i volumi. In altre parole, l’Italia ha esportato di più. «Il dato di marzo porta la variazione del trimestre nel suo complesso all’1,3% rispetto a gennaio-marzo 2025, ribaltando così il -2,1% registrato fino a febbraio», ha spiegato Matteo Zoppas, presidente dell’Agenzia ICE. «I dati confermano la forza dell'export e la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali, frutto anche della strategia e delle missioni di sistema del ministero degli Esteri», ha esultato il vice premier Antonio Tajani. «Se cresce l'export, malgrado i conflitti, vuol dire che l'Italia oggi è più competitiva», ha aggiunto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.

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Ora, così come l’Italia non è sull’orlo del baratro, ovviamente non è neanche in paradiso. Il dettaglio del bollettino Istat disegna un quadro su cui prestare attenzione per capire le dinamiche del commercio internazionale. In termini monetari la dinamica è più marcata verso i Paesi dell’Unione europea (+9,6%) rispetto ai mercati extra Ue (+5,1%). Su base mensile, la crescita è più ampia per le importazioni (+4,8%) rispetto all'export (+4,1%), a sua volta maggiore entro l'Ue (+4,7%) nei confronti del mercato esterno (+3,6%). L’avanzo commerciale (+4,709 miliardi) è sostanzialmente stabile rispetto al 2025 (+4,706 miliardi) così come il deficit energetico (-3.934 miliardi) e l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici, che si attesta a +8,643 miliardi, da +8,608 miliardi di marzo 2025. Considerando la dinamica tendenziale, a trainare le esportazioni sono soprattutto i comparti legati all’industria e all’energia. Spiccano i metalli di base e i prodotti in metallo, esclusi macchinari e impianti, in aumento del 38,6%, insieme al forte rialzo di coke e prodotti petroliferi raffinati (+55%). Crescono anche gli autoveicoli (+15,8%), il settore dell’elettronica (+17,5%), oltre ai prodotti farmaceutici (+4,6%) e ai macchinari (+3,3%). Per quanto riguardo l’import, scomponendo i dati degli acquisiti per Paese di sbocco, emerge la crescita monstre di due categorie di prodotti: il +252,5% annuale di autoveicoli dalla Cina, per oltre 523 milioni (il 10,7% del totale delle importazioni di auto); e il +409,5% di articoli farmaceutici e chimico-medicinali dagli Stati Uniti, per un valore di oltre 1,4 miliardi di euro, quasi il 28,5% del totale di settore.

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