La partita su Mps è appena iniziata. O forse non è mai finita. È troppo presto per capire come si sposteranno le pedine sullo scacchiere. Sull’operazione si stanno muovendo colossi del credito come il Banco Bpm e Intesa Sanpaolo. Sullo sfondo c’è il vecchio salotto buono di Mediobanca, il controllo di Generali, l’assetto complessivo del nostro sistema bancario, che negli ultimi mesi ha subito profonde trasformazioni. E altre, ormai è certo, ne subirà nel prossimo futuro. Difficile prevedere chi avrà la meglio.
Ma in fondo alcuni vincitori ci sono già. Uno è di sicuro l’ormai ex azionista di controllo del Monte dei Paschi di Siena. Piaccia o no, il ministero dell’Economia, sotto la guida di Giancarlo Giorgetti, è riuscito a trasformare una banca decotta, distrutta da annidi malagestione e di cattive commistioni con le amministrazioni rosse della Toscana, nella reginetta del ballo con cui tutti ora vogliono fare due passi di danza.
Anche chi ha la memoria corta non può essersi dimenticato il salasso dei soldi dei contribuenti per tenerla in vita nel 2016 e l’incapacità dei precedenti governi di rianimare la banca.
L’altro vincitore è quel risparmio degli italiani garantito e tutelato dall’articolo 47 della Costituzione che proprio in questi giorni la sinistra ha deciso di prendere d’assalto, aprendo il dibattito sulla patrimoniale. Le banche italiane, spesso nel mirino dei tassatori per i loro extraprofitti, hanno conquistato negli ultimi anni una solidità patrimoniale da fare invidia ai migliori istituti europei. Anche qui è difficile dimenticare la crisi dei mutui subprime del 2008 e dei debiti sovrani che aveva riempito il nostro credito di sofferenze e prestiti inesigibili. Ora le banche italiane godono di ottima salute. Ma per garantire che i soldi di famiglie e imprese non diventino preda di soggetti stranieri serve la crescita dimensionale, il consolidamento. Esattamente quello che sta accadendo.