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Lo stop al Ponte sullo Stretto ci costerà oltre 23 miliardi di Pil: i magistrati si devono fermare

di Michele Zaccardi giovedì 11 giugno 2026

3' di lettura

Oltre 120mila posti di lavoro. Ventitré miliardi di euro di Pil. E poi collegamenti molto più rapidi e una riduzione delle emissioni di Co2 di 12,8 milioni di tonnellate. Sono questi alcuni dei benefici che la realizzazione del Ponte sullo Stretto potrà portare all’Italia. E che l’inchiesta per corruzione della magistratura rischia di vanificare, tra le grida di giubilo della sinistra. Che non a caso ieri festeggiava. Giuseppe Conte, per dire, ha parlato di «progetto fallato». «Adesso c’è anche l’ombra della corruzione che si allunga» ha detto il leader M5S, «e buttiamo soldi, dobbiamo recuperare quei 13 miliardi e mezzo» per destinarli al rilancio di «questo Paese».

Di certo, dalle parti del governo l’attenzione sull’indagine è alta. «Dal punto di vista amministrativo non cambia assolutamente nulla, quindi il percorso va pienamente avanti» ha rassicurato il sottosegretario alla Presidenze del Consiglio Alessandro Morelli. «L’obiettivo» ha aggiunto «è quello di realizzare la più importante infrastruttura del secolo». Ieri sul tema è intervenuto anche l’ad di Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ribadendo che la società è «totalmente estranea alle indagini in corso» e che il «progetto è valido», per cui «andiamo avanti».

Come sottolineato qualche settimana fa sempre da Ciucci, l’iter burocratico dovrebbe completarsi entro la fine di quest’estate, per passare alla «fase realizzativa nell’ultimo trimestre dell’anno». La previsione è di concludere i lavori nel 2033 in modo da rendere operativo il Ponte l’anno successivo. Inchieste della magistratura permettendo. Il danno per l’economia e i territori coinvolti rischia di essere elevato. A partire dalla mancata creazione di 120mila posti di lavoro.

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EFFETTI ECONOMICI
Secondo un dossier realizzato dalla Stretto di Messina, nei cantieri saranno occupati in media 4.300 addetti all’anno, che saliranno fino a un picco di 7mila. Per tutti i sette annidi lavori si avrà dunque un impatto occupazionale diretto di circa 30mila unità lavorative all’anno (ovvero il numero complessivo di anni lavorati dall’insieme dei lavoratori). A questo va aggiunto anche l’impatto indiretto e indotto, stimato in 90mila unità, per un totale di 120mila. Ma l’opera rappresenta anche un volàno di crescita per tutto il Paese. Considerando soltanto la fase dei lavori, la realizzazione del Ponte produrrà un impatto positivo sul Pil di oltre 23 miliardi complessivi (tra effetti diretti, indiretti e indotto) a fronte di un investimento di 13,5 miliardi, con un effetto moltiplicatore di 1,71.

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COSTO INSULARITÀ
Ma il Ponte avrà come effetto anche quello di rilanciare le infrastrutture dei territori coinvolti, come dimostrano i 70 miliardi di investimenti in strade e ferrovie già attivati per la Sicilia e Calabria al 2032. E poi l’opera ridurrà drasticamente i “costi dell’insularità”, quantificati in 6,54 miliardi di euro (pari al 7,4% del Pil regionale) per la Sicilia. Ovviamente, il principale beneficio atteso è rappresentato dalla riduzione dei tempi di attraversamento dello Stretto: grazie al Ponte per andare in treno da Villa San Giovanni a Messina Centrale basteranno 15 minuti invece degli attuali 120 (che salgono a 180 per i treni merci), mentre in auto ci vorranno 10-13 minuti contro i 70 di adesso (100 per i camion).

L’opera inoltre contribuirà dalla conclusione dei cantieri alla fine della concessione trentennale - a ridurre di circa 12,8 milioni di tonnellate le emissioni di Co2, soprattutto grazie al trasferimento del traffico aereo, automobilistico e navale verso le ferrovie. Ma non c’è solo l’aspetto economico da valutare. Per esempio, grazie all’opera si avrà una riduzione del traffico, con il miglioramento della qualità della vita, e la possibilità di riqualificare i sistemi portuali che, alleggeriti dalle funzioni di traghettamento locale, potranno concentrarsi sul mercato croceristico.

Non solo. Il progetto include infatti 40 chilometri di collegamenti stradali e ferroviari per le comunità locali, consentendo l’eliminazione dal tessuto urbano del traffico di mezzi dalla Sicilia alla Calabria. E poi la vera sfida: trasformare una delle zone più depresse d’Italia in una macroarea Calabro-Siciliana capace- grazie a un sistema logistico integrato da Augusta a Gioia Tauro- di rendere il nostro Paese più competitivo nei confronti dei grandi sistemi trasportistici internazionali.

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