La sfida nel piatto degli italiani è sempre aperta. E tutta da giocare. Con questa uscita la pagina Spesa Libera sospende le pubblicazioni. Sono passati quasi 10 anni dalla prima e sono cambiate molte cose, a cominciare dalla mia età anagrafica. Fra poche settimane compirò 67 anni e andrò in pensione di vecchiaia.
Semi sarà possibile conto di riprendere a raccontarvi quel che scopro sulla spesa, sui grandi equivoci che nasconde e su come capire cosa entra nel carrello, a partire dal prossimo autunno. Per ora lascio i miei lettori con un bilancio delle grandi partite aperte sulla strada della spesa trasparente e consapevole.
ORIGINE & PROVENIENZA. È il terreno dove si è giocata la partita più dura di tutte. Da un lato il desiderio di trasparenza dei consumatori, dall’altro le grandi lobby dell’industria alimentare, i grandi confezionatori e soprattutto l’apparato tecnico-amministrativo dell’Unione europea. Con il peso dei Paesi esportatori di materie prime alimentari verso l’Italia che hanno tutto l’interesse a celarne la provenienza. Dalla carne suina e bovina al grano fino alle conserve vegetali. Al momento il nostro è il mercato al consumo più trasparente per la dichiarazione d’origine in etichetta, grazie soprattutto ai decreti italiani introdotti in deroga ai regolamenti Ue dal 2017 in poi. Ma siamo alla vigilia di un nuovo intervento normativo di Bruxelles, che potrebbe far cadere le norme transitorie italiane, senza confermare la trasparenza sul Paese d’origine del grano duro per la pasta, il riso, la carne di maiale fresca e trasformata (salumi), i formaggi. Resta intatta la madre di tutte le fregature europee, con Bruxelles che ha autorizzato la dicitura «Origine Ue e non Ue», con la quale produttori e confezionatori informano i clienti finali che il loro prodotto arriva dalla Terra e non da Marte, da Giove o Mercurio.
SGRAMMATURA NASCOSTA. Resta tuttora inapplicata, dopo infiniti rinvii, la legge italiana che obbliga i produttori a indicare sulla confezione l’eventuale taglio al peso netto (sgrammatura). Approvata dal governo a fine 2023, doveva entrare in vigore il 1° aprile 2025. Dopo due rinvii la norma è tornata al punto di partenza per i rilievi espressi dall’Unione europea che la ritiene un ostacolo alla libera circolazione delle merci nel mercato unico. A causa di queste obiezioni e per evitare una procedura d'infrazione, il governo italiano ha riscritto la norma: il nuovo testo notificato a Bruxelles sposta l’obbligo di avviso dai produttori ai negozianti, i quali dovrebbero segnalare la sgrammatura tramite appositi cartellini sui banchi di vendita.
CAMPIONI VERDI MALTRATTATI. Il sistema delle indicazioni geografiche europee - Dop, Igp ed Stg - non offre alcuna protezione alle varietà vegetali della nostra tradizione. Il fenomeno ha assunto dimensioni preoccupanti per i risi che ci distinguono dal resto del mondo. Denominazioni d’origine protette (Dop) e Indicazioni geografiche protette (Igp) tutelano ad esempio il riso prodotto nel Delta del Po, ma non il Carnaroli, l’Arborio, il Roma, il Sant’Andrea o il Ribe in quanto tali. Il risultato? I pacchi etichettati come Carnaroli non contengono un solo chicco di Carnaroli, in virtù della riforma suicida varata nel 2017 dai ministri Martina (Agricoltura) e Calenda (Sviluppo Economico) che ha declassato i nomi delle varietà tradizionali a mere denominazioni di vendita. Il sistema sta portando all’estinzione nei campi dei nostri “campioni verdi”. Roma e Ribe in purezza non si coltivano più. E l’Arborio autentico rappresenta appena lo 0,62% delle coltivazioni di risi etichettati come “Arborio”. Il 99,38% sono imitazioni delle quali si sa poco o nulla. Ho scritto un libro sul caso del Carnaroli di cui è stato festeggiato l’ottantesimo compleanno nel 2025 ma che si coltiva sempre meno pure lui. Ho deciso di non pubblicarlo quando mi sono accorto che avevo contro tutta la filiera risicola, dopo essere stato spiato e perfino minacciato. Il sistema dei similari funziona finché non se ne parla e i consumatori non ne conoscono l’esistenza.
OFFERTE SPECIALI NEL MIRINO. Ciclicamente parte il fuoco di controbatteria sulle offerte speciali. «Non si può vendere una bottiglia di olio extravergine a 3,99 euro». E anche: «Vendere la pasta sotto l’euro al chilo è un suicidio e un insulto alla filiera». Tutto giusto. In teoria, però. Intanto perché ad assorbire i tagli di prezzo delle super offerte che contemplano sconti fino al 50% e oltre, sono solitamente le catene della grande distribuzione. E poi perché senza questi sconti le vendite crollerebbero, soprattutto negli ipermercati. Una quota crescente di consumatori ha difficoltà a coprire il budget anche per la spesa di tutti i giorni. Dal 2019 l’inflazione nel carrello della spesa ha raggiunto il 27%. E molti nuclei familiari- non pochi appartenenti al ceto medio - letteralmente non hanno i soldi per arrivare alla fine del mese.
IL PARADOSSO DI DUNNING KRUGER. L’acquisto consapevole è letteralmente un miraggio per una larghissima maggioranza di consumatori. Ma non soltanto perché fabbricanti e confezionatori dei prodotti di massa facciano di tutto per nascondere ad esempio origine delle materie prime e le varietà del riso. Le etichette reticenti hanno successo perché fra i consumatori è largamente diffusa l’impressione di conoscere a sufficienza la natura di quel che mettono nel carrello e i metodi per etichettarlo. Naturalmente non è così. Anzi è vero il contrario. Molti consumatori sono la dimostrazione vivente del paradosso di Dunning Kruger, una distorsione cognitiva per cui le persone meno esperte, quelle che “sanno meno in assoluto”, tendono a sopravvalutare le proprie capacità, mentre i veri esperti tendono a sottovalutarsi. Il fenomeno è stato identificato e descritto nel 1999 dagli psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger, secondo i quali questa distorsione cognitiva induce le persone ad avere una percezione distorta della propria competenza. Al punto da mostrarsi eccessivamente sicure delle proprie opinioni, nonostante l’evidente mancanza di conoscenza e la difficoltà a collocare le poche competenze in un contesto altamente complesso come il mercato di consumo.
LA CONQUISTA DEL DUBBIO. La vera conquista nell’arte di riempire consapevolmente il carrello della spesa è soprattutto legata alla capacità di farsi venire il dubbio. Il primo gradino per mettere in discussione le certezze errate. Mettere in dubbio che marca italiana significhi cibo italiano, ad esempio. Ma anche che il tricolore identifichi per forza derrate nazionali e che un pacco di riso etichettato come Carnaroli contenga per davvero Carnaroli. Non è semplice. Lo riconosco. Anche perché c’è il rischio di cadere nel più becero complottismo che nutre i social media e non solo. Bisogna comunque provarci.