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Politica monetaria, ecco la differenza tra la Fed e la Bce

Le ultime affermazioni di Lagarde sull’aumento dei tassi possono autoalimentare l’inflazione. Kevin Warsh, invece, pur in presenza di un’inflazione ben più alta, ha evitato di aumentare il costo del denaro
di Bruno Villois mercoledì 1 luglio 2026

3' di lettura

Le ultime affermazioni della Governatrice Lagarde sull’aumento dei tassi possono autoalimentare, invece che intiepidire, l’inflazione, attraverso una possibile performance di processi speculativi. Il nuovo Governatore della Fed, Kevin Warsh, viceversa, pur in presenza di un’inflazione ben più alta, di oltre un punto di quella dell’area euro, ha evitato di aumentare il costo del denaro. Bene ricordare che Fed e Bce adottano indicatori di valutazione dei dati economici assai diversi, sia nelle formule che ne costituiscono l’asse portante, sia nell’analisi che ne consegue e quindi le decisioni. La Fed adotta il Pce, per la composizione del paniere e tratta tutte le spese effettuate dai consumatori, anche per conto delle famiglie. L’Ipca, lo pseudo gemello europeo, misura solo i pagamenti fatti direttamente da famiglie e persone e include pure la spesa di turisti stranieri sul territorio Ue, condizioni che tendono a dilatare, grazie al turismo estero il costo della vita, essendo essi mediamente portatori di spesa più elevata. Il Pce è in continua evoluzione, una condizione che riflette meglio l’approccio dei consumatori agli aumenti dei prezzi. L’Ipca invece si basa su panieri revisionati solo annualmente e quindi meno realistici sul vero andamento dei prezzi al consumo. Anche sulle origine dei dati le differenze sono sostanziali: il Pce si basa sul Pil e sulle vendite all’origine.

L’Ipca effettua indagini da campioni derivanti da ampi sondaggi sui consumi delle famiglie. Le differenze di analisi e valutazione portano a far sì che il dato Usa porti a un’inflazione più bassa di quella della Ue. Ne consegue che le strategie di politica monetaria non solo sono diverse, ma sono anche in grado di far decidere scelte più meno restrittive, le quali vengono supportate da una diversa discrezionalità, visto che l’indicatore Usa è basato sui dati Pce, mentre quello l’Ipca è più rigido e meno adattabile alle variazioni reali in corso.

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È pur vero che i mandati istituzionali di Fed e Bce sono assai diversi, quello della Fed ha come obiettivo la stabilità di prezzi ed occupazione, mentre quello della Bce si basa sulla sola stabilità dei prezzi, definita in un’inflazione che deve stare al 2% e lo sviluppo economico e l’occupazione non sono ritenuti primari ma subordinati al contenimento dell’inflazione. In conclusione sulle decisioni delle variazioni dei tassi risultano più attendibili quelle della Fed, grazie all’incidenza che ha il mercato del lavoro per le decisioni e permettono alla Fed di essere più aggressiva e flessibile nei rialzi o nei tagli dei tassi.

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Se l’inflazione scende ma l’occupazione Usa rallenta, la Fed può procedere rapidamente con tagli. Mentre la Bce è molto più cauta in ragione sia della rigidità dell’Ipca, sia del fatto che l’indice Ue include anche variabili come i costi di produzione - lo spaventapasseri energia - gli approvvigionamenti e i trasporti, tutti elementi che inducono la Bce a mantenere i tassi elevati più a lungo, per evitare che spunti inflazionistici si radichino. Strano che l’avvedutezza di Mario Draghi, sia durante la sua guida della Bce che quando era a presiedere il nostro Governo, non abbia proposto una modifica di statuto della Bce che seguisse i criteri di maggior duttilità, ma anche convenienza per Eurolandia, che sono alla base della politica monetaria Usa. Le differenza citate, derivanti dall’esame delle tipologie di approccio, e di valutazione, fanno si che l’economia Usa ottenga maggiori vantaggi derivanti dalla politica monetarie. Non essendo mai troppo tardi, sarebbe utile che il Governo Ue manifestasse, pur nell’indipendenza della Bce, proposte per rendere più dinamica la politica monetaria, apporterebbe variazioni interessanti e positive.

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