Il comparto auto continua a soffrire in tutta Europa. Una sofferenza che sta diventando cronica, che si aggrava e non fa intravedere schiarite. A confermare le difficoltà sono i risultati dei maggiori gruppi industriali europei, le cui previsioni per l’anno sono segnate dal pessimismo, con una guidance tutt’altro che incoraggiante. Tra i problemi sociali, che derivano dallo stallo, quello dell’occupazione e delle filiere è al vertice dell’insolubilità.
Parimenti l’invasione delle auto cinesi soprattuto nei principali cinque paesi europei Italia, Germania, Francia, Spagna e Uk - prosegue imperterrita grazie a prezzi soventi inferiori del 30-40% a quelli occidentali, con garanzie della durata delle batterie doppia, tecnologie altamente evolute e pure il design si è molto occidentalizzato. Unica notizia positiva che si basa sul modello storico di sviluppo ordinario adottato in Cina per le proprie produzioni, riguarda la durata delle dimensioni delle produzione, di 25 milioni di auto, fino al 2030. I 2/3 delle produzioni avrebbero dovuto restare entro la Grande Muraglia, ma così non è successo a causa della crisi interna dei consumi, che ha fatto assorbire meno di 1/3, determinando un maxi export verso l’Europa, ma molto meno negli Usa, meglio protetti dai dazi.
La nuova pianificazione produttiva, prevista dal 2028 per il successivo lustro, potrebbe essere dimezzata e assorbita in gran parte entro confine. L’importante è che la «mania cinese», in corso in Italia e Europa, perda smalto, che la politica Ue stabilizzi una linea duratura, possibilmente decennale, in cui l’elettrico non costituisca più un obbligo per i produttori o almeno non sia superiore a un terzo delle produzioni e che i prezzi scendano, non certo ai livelli delle cinesi, ma diventando sostenibili per recuperare mercato e rianimare un rilancio dell’occupazione del comparto.
L’automotive è tuttora insostituibile per il trasporto merci e ancora abbastanza per quello persone, ma gli stili di vita e le abitudini sono profondamente modificati e l’auto non è più uno status simbol neppure per i ceti elevati. È, però, necessario predisporre, per l’intera area euro, seppur con differenti posizionamenti, una politica industriale comune, nutrita da imponenti risorse pubbliche. I core produttivi devono essere programmati per riuscire a rilanciare un sistema socio economico in grado di realizzare un Pil continentale intorno al +1,5/2%,ovvero non inferiore all’inflazione. Dar corso a un mercato unico dei capitali deve essere uno dei principali capisaldi, la nascita di un Nasdaq Ue, in grado di attrarre imprese di varie parti del globo, tra le quali spicca l’India, farebbe la differenza. Così come sarebbe essenziale che si costituissero cinque-sei campioni mondiali del credito, di cui almeno uno italiano.
L’Italia deve e può puntare a una leadership diffusa per la propria capacità di realizzare produzioni di elevata qualità e standing ad ampia diffusione, da lusso, moda, meccanica di precisione, farmaceutica , industry del packaging. Purtroppo mancano i grandi gruppi a capitale privato italiano, i pochi che abbiamo sono nei servizi e a capitale pubblico. Rinvigorire il capitalismo famigliare italiano e stimolarlo a rientrare in campo ci renderebbe unici.