L’intero sistema socioeconomico italiano, rischia, per l’ennesima volta, di essere in ritardo e di dover rincorrere con scarsa probabilità di recupero. Da decenni è nota e risaputa la totale carenza di autonomia energetica eppure l’occasione di rimetterci in gioco c’è stata ripetutamente, con la possibilità di definire una politica energetica che comprendesse il nucleare e non disarmasse il carbone almeno fino a quando fossero diventate operative le centrali nucleari e parimenti il ricorso alle energie naturali decollasse, ma non solo con gli insediamenti, essenzialmente del solare, ma pure con la produzione della componentistica necessaria, e parimenti si fosse dato corso alla produzione dai giacimenti petroliferi e di gas naturale presenti in Basilicata, Sicilia, Emilia-Romagna e nell’Adriatico settentrionale.
Invece poco o nulla in nessuna direzione s’è fatto e, adesso, il quadro complessivo internazionale - particolarmente frastagliato - incide sul prezzo degli energetici e li porta alla stelle, con possenti intralci alla risalita del Pil e soprattutto lasciano le tasche vuote agli italiani e purtroppo - sempre che le centrali nucleari trovino realisticamente la strada per insediarsi - opzione ancora vaga e prevista in avanti di almeno tre lustri, rimarremo prigionieri dei Paesi produttivi e delle speculazioni che i mercati finanziari elargiscono ad ogni piè sospinto nelle crisi geopolitiche.
Ma all’orizzonte dei ritardi c’è un altro fondamentale capitolo che fa riferimento al digitale e alla sua incidenza sul futuro dell’umanità. Anche in questo caso si dovrebbe puntare all’indipendenza del mondo digitale, di cui fanno parte l’IA e l’insieme dei sistemi, degli strumenti e dei dispositivi elettronici che elaborano, memorizzano e trasmettono le informazioni trasformandole in infrastrutture Internet, reti Wi-Fi, Cloud e data center, consentendo una trasformazione strategica delle tecnologie digitali per cambiare in modo radicale il modo in cui lavorano aziende, servizi pubblici e tutta la società.
Nell’insieme siamo in grande ritardo e lo siamo ancor di più negli insediamenti produttivi che forniscano le componenti per darvi corso. Lo Stato nella sua complessità è il primo responsabile di questi ritardi, ma parimenti lo è anche il sistema privato. Dai tempi di Olivetti, pioniere mondiale dell’utilizzo delle tecnologie informatiche - ma ormai si parla di oltre mezzo secolo fa - si contano iniziative sulle dita di una mano, ci sono grandi imprese che possono far parte del comparto mondiale delle tecnologie digitali, la italo-transalpina Stmicroelettronics è l’unica riconosciuta a livello internazionale.
Ma, ahimè, non ci sono neppure insediamenti sul suolo italico di leader tecnologici globali. Senza dimenticare che sia il pubblico sia il privato faticano a riconoscere l’importanza strategica sull’intero sistema socioeconomico per la definizione di una politica di cybersecurity. Una politica condivisa che stabilisca regole, ruoli e procedure di un’organizzazione Paese per proteggere i dati e le risorse IT, garantirebbe la protezione delle infrastrutture critiche delle reti, dei sistemi informatici e dei servizi essenziali, sia pubblici che privati. Bastano e avanzano gli sconquassi energetici, ora davvero evitiamo anche quelli digitali.