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Reporter sgozzato in Iraq, ecco la lettera che ha scritto Foley: "La fede mi ha liberato"

di Nicoletta Orlandi Posti domenica 24 agosto 2014

2' di lettura

Dopo i 44 giorni trascorsi in prigionia in Libia nella primavera nella primavera 2011 James Foley, il giornalista americano giustiziato dai miliziani dell'ISIS, scrisse una lettera alla Marquette University, dove si laureò in Arte nel 1996. Repubblica l'ha trovata e pubblicata. Ecco il testo.  «Io e i miei colleghi fummo catturati e detenuti in un centro militare di Tripoli. Ogni giorno aumentava la preoccupazione per il fatto che mia madre potesse essere in panico. Ho pregato perchè sapesse che stavo bene. Ho pregato di poter uscire e comunicare con lei. In seguito ci hanno spostato in un'altra prigione, dove il regime teneva rinchiusi centinaia di prigionieri politici. Una notte (la diciottesima da quando eravamo stati catturati) alcuni secondini mi hanno fatto uscire dalla cella. Nell'ufficio delle guardie, un uomo distinto mi ha detto:"Pensiamo voglia chiamare la sua famiglia". Ho recitato un ultima preghiera e ho composto il numero di casa. Mia madre ha risposto al telefono. "Mamma, sono io, Jim". "Jimmy dove sei?" "Sono ancora in Libia. Mi spiace per quello che sta accadendo". "Non devi. Come stai?". Le ho detto che mi trattavano con riguardo. "Ti stanno costringendo a dire queste cose, Jim?" "No", le ho detto."Ho pregato affinchè sapessi che sto bene. Non hai sentito le mie preghiere?" "Oh Jimmy, ci sono tante persone che stanno pregando per te. Tutti i tuoi amici. Non hai sentito le nostre preghiere?" mi ha chiesto a sua volta. "Si mamma, le sento". Forse erano davvero le loro preghiere a infondermi forza. La guardia ha fatto un movimento. Ho cominciato a salutarla e mamma ha cominciato a piangere."Ti vogliamo tanto bene, Jim", ha detto e poi chiuso. Le parole di quella telefonata mi sono risuonate in testa centinaia di volte, e così pure la voce di mia madre, la sua consapevolezza della situazione nella quale mi trovavo, la fiducia che riponeva nel potere della preghiera. Sapevo di non essere solo. Se non altro, la preghiera è stata il collante che ha reso possibile la mia liberazione, prima quella interiore, poi quella vera e propria, con il nostro rilascio durante una guerra nella quale il regime non aveva alcun incentivo concreto a lasciarci andare. Non aveva senso che ci lasciassero andare proprio allora, ma la fede lo ha reso possibile».

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