Il simbolo dell'Inferno

Afghanistan, la foto della marine americana Nicole Gee con un bimbo afghano: "Amo il mio lavoro". Trucidata poche ore dopo

Si chiamava Nicole Gee ed è diventata, all'improvviso, il simbolo del dramma del popolo afghano a Kabul. Aveva 23 anni ed è una dei 13 marines americani morti nel tremendo attentato Isis all'aeroporto di giovedì scorso, dove hanno perso la vita almeno altre 170 persone, civili disperati in attesa di imbarcarsi per lasciare il Paese e fuggire dai talebani. Appena una settimana fa, la foto di Nicole con in braccio un neonato afghano strappato alla calca folle e messo in sicurezza dentro l'aeroporto della Capitale aveva fatto il giro del mondo sui social.

 

 

 

 

Una immagine di speranza, un frammento di serenità nell'Inferno afghano spazzato via dalla carneficina causata da un kamikaze jihadista e aumentata, forse, dal fuoco amico dei cecchini Usa a protezione dell'aeroporto. Mentre il Pentagono ha annunciato che indagini sulla dinamica della strage sono ancora in corso, all'America non resta che piangere le sue vittime. 

 

 

 

 

Undici erano marine, come Nicole: Kareem Nikoui, 20 anni; Dylan Merola, 20; Rylee McCollum, 20, Jared Schmitz, 20; David Espinoza, 20; Humberto Sanchez, 22; Daegan Page, 23; Hunter Lopez, 22; Johanny Rosariopichardo, 25; Darin Hoover, 31. Uno era della Marina, Maxton Soviak, 22, il tredicesimo era il soldato dell'esercito Ryan Knauss, 23. A loro si sommano altri 18 militari rimasti feriti.

 

 

 



Sotto quella commovente foto, pubblicata sul suo profilo Instagram, Nicole scriveva semplicemente: "I love my job". Amo il mio lavoro. Una missione, più che una professione. Aveva salvato quel bimbo, passato da una mamma disperata oltre il filo spinato perché almeno lui potesse scappare nell'Occidente libero. Ma per i talebani, Al Qaeda e la cellula afghana dell'Isis i soldati americani erano occupanti e andavano sterminati. Una storia che si ripete ormai da decenni.