Il reportage

Ucraina, l'effetto sulla Serbia: "Pronta a riesplodere". Putin "distratto", la guerra a pochi chilometri dall'Italia

Daniele Dell'Orco

 Per un occidentale l'esistenza di entità statali minuscole e seminascoste sparse in giro per il mondo, specialmente in quello post-sovietico, non riconosciute a livello internazionale, potrebbe sembrare una stramberia. Uno scherzo della storia risolvibile in cinque minuti ridisegnando qualche confine. Invece, com' è stato il caso delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk in Ucraina orientale, oltre a rappresentare delle manifestazioni pratiche di scontri etnici e politici consolidati per generazioni, sono il risultato di processi storici così intricati che sembrano impossibili da sanare pacificamente. Anzi. La guerra in corso, al contrario, potrebbe creare un pericoloso effetto contagio. Basta guardare la piazza principale di Tiraspol, capitale della Transnistria, una repubblica separatista russofona autoproclamata indipendente dalla Moldavia dopo la guerra del 1992 (ci sono importanti basi russe e mezzi pronti a muovere verso Odessa nel caso fosse necessario), dove sventolano insieme le bandiere di Abcasia, Ossezia del Sud e Nagorno-Karabakh. Stati fantasma solidali gli uni con gli altri e tutti irrisolti teatri di crisi. Le prime due entità sono regioni territorialmente della Georgia ma satelliti della Federazione Russa, sancite da una guerra di secessione cessata nel 2008 e mai davvero archiviata. Anche all'epoca a muovere i carri armati fu Vladimir Putin, per difendere le minoranze russofone abcase ed ossete dai georgiani (sostenuti dagli Usa). Il conflitto è terminato con una missione di "peacekeeping" esattamente come si diceva sarebbe accaduto nel Donbass, cioè con le forze russe dispiegate ad assicurare l'autonomia delle regioni. Una ferita ancora aperta per i georgiani che ora potrebbero lanciare una controffensiva revanscista con la Russia "distratta" in Europa Orientale.

 

 

APPELLO SU YOUTUBE
Dalla Georgia sono partiti miliziani volontari verso l'Ucraina, e da lì lanciano continui appelli via social e Youtube ai connazionali: «Vi esortiamo a prendere le armi e a colpire il nemico. Non avremo mai più una simile opportunità». Le visualizzazioni sono milioni. Il Cremlino ha ancora dispiegati lì circa 10mila uomini. Ma fronteggiare un attacco massiccio sarebbe difficile. E il clima diventa sempre più teso. L'altra Repubblica non riconosciuta, il Nagorno-Karabakh, è stata nell'autunno 2020 teatro di una seconda guerra tra Armenia e Azerbaigian, due "alleati" della Russia che se la contendono da 30 anni. Sarebbe de jure territorio azero che ne ha riconquistato con la forza bruta (e con l'aiuto della Turchia) oltre la metà, il resto è amministrato dalle "famose" forze di pace russe, mediatrici in questo derby in famiglia che ora può di nuovo esplodere. Le provocazioni e i tentativi di offensiva specie dal fronte azero continuano ogni giorno. Il cessate il fuoco (mai rispettato) dovrebbe du rare altri 3 anni, ma la Russia fatica a mantenere il controllo della situazione già ora. C'è poi un'altra grande disputa irrisolta nel cuore dell'Europa con Mosca come parte in causa: la dissoluzione della ex Jugoslavia. Le guerre terminate nel 1999 con l'intervento Nato hanno dato i natali a due entità delicate: il Kosovo e la Republika Srpska.

 

 

All'epoca, appena prima della "salita al trono" di Putin, la Russia non fu in grado di opporsi concretamente ai bombardamenti alleati a sostegno della Serbia di Slobodan Milosevic. Anche se avrebbe voluto. Così, il Kosovo indipendente ma non riconosciuto né da Mosca né da Belgrado è ancora un pomo della discordia gestito finora benissimo dalla missione KFOR guidata per un bel pezzo dall'Italia, ma le rivendicazioni serbe diventano sempre più accese. Lo scorso fine settimana Belgrado è stata attraversata da manifestazioni congiunte di nazionalisti e comunisti in piazza per esprimere solidarietà a Russia e Bielorussia, con gli slogan: «Serbi e russi fratelli per sempre», «la Crimea è Russia - il Kosovo è Serbia». Il premier del Kosovo, Albin Kurti, spinge per un ingresso urgente nell'Ue e nella Nato, ma come per Moldavia, Ucraina e Georgia anche questa richiesta è congelata. Il pericolo di nuove tensioni è troppo elevato: una mossa del genere possa spingere definitivamente la Serbia tra le braccia di Putin. Situazione simile in Bosnia, con l'entità statale a maggioranza serba, la Republika Srpska, che nelle intenzioni del suo leader Milorad Dodik, molto vicino a Putin, dovrebbe spingere per la secessione e per il congiungimento con la Serbia, da cui di fatto già dipende sia a livello economico che amministrativo. Tra Occidente e Russia i conti in sospeso sono moltissimi, e il rischio è quello di un tragico effetto domino.