Primo ministro britannico

Boris Johnson umiliato e contestato, ma salvo (per ora): i numeri che potrebbero costringerlo a dimettersi

Boris Johnson è sopravvissuto al voto di fiducia, nonostante sia partito dai “ribelli” del suo stesso partito. Il primo ministro ha ottenuto 211 voti a favore e 148 contro: ciò però significa che il 41% dei parlamentari non ha fiducia in lui. Si tratta di un numero superiore ai 117 che votarono contro Theresa May a dicembre 2018, nel periodo della Brexit. May che fu costretta a dimettersi cinque mesi dopo quel voto, e non è escluso che la parabola di Johnson sia identica.

Il primo ministro britannico aveva lasciato il Parlamento tra i fischi, in attesa dei risultati del voto di fiducia espresso sulla sua leadership. I manifestanti lo avevano contestato e addirittura irriso, avendo perso il rispetto nei suoi confronti dopo che Johnson, in merito allo scandalo del Partygate, ha dichiarato che l’avrebbe “fatto di nuovo”. A richiedere la votazione erano stati 54 “ribelli” del gruppo a cui appartiene il primo ministro. In carica dal 2019, Johnson era entrato in Parlamento sapendo di aver bisogno di almeno 180 voti a favore per rimanere in carica: le stime gli attribuivano con sicurezza almeno 170 parlamentari disposti a confermarlo alla guida del Regno Unito nonostante lo scandalo che lo ha travolto e l’enorme danno che ne è conseguito a livello di reputazione.

Un voto dalle conseguenze politiche enormi: se fosse stato sfiduciato, Johnson sarebbe costretto a dimettersi da capo del partito conservatore e dal ruolo di primo ministro. Resterebbe in carica ad interim fino alle nuove elezioni, che potrebbero richiedere dalle sei alle otto settimane. Però anche con la vittoria ottenuta Johnson potrebbe decidere di lasciare l’incarico e dimettersi.