Razzismo contro di noi

L'Economist ci sfotte: "Londra come l'Italia". Vi piacerebbe, eh?

Renato Farina

Ieri l'Economist, che pare diffonda in tutta Europa un milione e trecentomila copie tra elettronica e carta, ha deciso di occuparsi del Regno Unito e dei suoi guai, che sono grandi come montagne, con un'economia a pezzi, una situazione sociale schifosa, mentre i fondi pensione pendono verso il fallimento col rischio prossimo di spingere i propri anziani assistiti verso le mense della Caritas, che peraltro lì non esistono. Fin qui, bravi, bene bis. Va bene anche che, per criticare la deriva fallimentare dei governi Tory, il settimanale abbia preso di mira la premier Liz Truss, con qualche ragione, avendo costei fatto piangere la sterlina per 45 giorni prima di essere costretta a dimettersi a causa del suo fiasco terrificante. Per trattarla da sciagurata cretina, povera scema, non l'ha raffigurata con le orecchie d'asino, o come la matrigna di Cenerentola, o bendata come una mummia egizia. Troppo poco. Ha scelto di vestirla da Italia, come se il nostro Paese fosse una maschera vergognosa, un parallelo degradante. C'è qualcosa di più perfido, albionescamente parlando, del parlar male direttamente dell'Italia. Ed è usarla come termine di paragone del male assoluto. Senza neppure un briciolo di timore per le conseguenze di questo vilipendio che ritengono doveroso e a man salva. L'Italia per loro è un cane morto, che si può tranquillamente prendere a calci, senza conseguenze di nessun tipo. La copertina potete vedervela da voi. Ma è una specie di raffazzonato Frankenstein di emblemi italiani ammuffiti dall'uso. La povera Liz si trova a calzare un elmo da legionario romano, lo scudo è una pizza, che prende la forma della bandiera del Regno Unito, invece della lancia la Truss impugna una forchettona gigantesca con gli spaghetti arrotolati come da prammatica. Se avessero ritratto la Truss con i panni di una geisha giapponese o di una odalisca turca o di una fattucchiera congolese la sede dell'Economist sarebbe già stata messa a ferro e fuoco. Con l'Italia tutto è permesso. Il titolo dice: "Welcome to Britaly", benvenuti in Britalia. L'Economist, con quel suo birignao da primo della classe professionista, non si è curato neppure che il suo maggior azionista sia italiano: la famiglia Agnelli tramite Exor ne possiede il 43 per cento. figuriamoci se gli Elkann eccepiscono. e chi se ne importa se siamo un un popolo che non fa che inchinarsi a Sua Maestà anche se adesso ha il curriculum di Carlo III. Verso l'Economist poi nutriamo addirittura consolidata venerazione. La casta giornalistica poi è in perenne adorazione di questa testata, da quando si caratterizzò per gli attacchi a Berlusconi giudicato in copertina «unfit», non idoneo a governare, e dedicandogli un «Mamma mia». Dopo queste pugnalate meritorie il premio "È giornalismo", che Vittorio Feltri definì "Premio Stalin", incoronò l'allora direttore dell'Economist, Bill Emmott (2004), il quale adesso scrive per La Stampa, di proprietà della medesima famiglia proprietaria anche di Repubblica. (Il vecchio caro Bill, che tanto per non smentirsi ieri ha scritto sul quotidiano torinese questo articolo: «Silvio è nemico di democrazia e diritti. Meloni non ha scelta: deve ripudiarlo». Ma come? Il suo Economist non aveva forse titolato in copertina "Dobbiamo preoccuparci" dopo la vittoria di Giorgia il 25 settembre. Questi inglesi dovunque vadano non perdono l'arroganza di voler spiegare agli altri come stare al mondo, con gli italiani gli viene facile, visto il tappeto rosso che stendono al loro passaggio. Si credono tutti Winston Churchill, senza averne le qualità, e ci bombardano come i loro aerei fecero a Dresda a guerra finita).

 

 

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UNA TESI BANALE

Il servizio della presunta Bibbia londinese in realtà è quanto di meno scientifico dal punto di vista economico possa esistere, nonostante il nome della testata faccia presumere una certa infallibilità in materia. La tesi è semplice. I conservatori al potere da dodici anni stanno trasformando il Regno Unito in una simil-Italia. Instabilità politica, titoli di Stato come perfetto obiettivo della speculazione finanziaria, crescita zero. Poi però l'articolista ammette: ho esagerato. Neppure Boris Johnson (citato con il nomignolo di Borisconi, ah ah) è riuscito a ridurre la Britannia a Italietta, Liz Truss ci ha provato, ma è impossibile. Noi inglesi abbiamo la sterlina, accipicchia. L'Italia può fallire, il Regno Unito no. («La Gran Bretagna ha un debito più basso, una propria moneta e una propria banca centrale; il mercato pensa che abbia molte meno possibilità di andare in default rispetto all'Italia») Per cui alla fine la fogna resta un'esclusiva italiana. Balle.

 

 

 

C'È DEBITO E DEBITO

Tutti i numeri in questo momento segnalano la miglior salute del Belpaese rispetto alla simpaticissima Albione (Alba, la chiamava Plinio, ma sarebbe il caso di chiamarla Tramonto). Ne diamo uno solo, che basta e avanza. Si parla in termini disperanti di debito italiano. La Gran Bretagna è un debitore netto nei confronti dell'estero per quasi mille miliardi di dollari, noi invece siamo in lieve attivo. La reazione ufficiale del nostro governo è affidata all'ambasciatore italiano a Londra, Inigo Lambertini. Nessun invito a saccheggiare la sede dell'Economist e neppure a boicottarlo. Dà una lezione di fair play a chi l'ha inventato, tanto tanto tempo fa, ma così tanto tempo fa, da averlo dimenticato. Scrive in una nota: «Leggere l'Economistè un piacere per ogni diplomatico, ma la vostra ultima copertina è ispirata ai più vecchi tra gli stereotipi. Sebbene spaghetti e pizza siano il cibo più ricercato al mondo, per la prossima copertina vi consigliamo di scegliere tra i nostri settori aerospaziale, biotecnologico, automobilistico o farmaceutico. Qualunque sarà la scelta, punterà un riflettore più accurato sull'Italia, anche tenendo conto della vostra non tanto segreta ammirazione per il nostro modello economico». Severa ma giusta la reazione tra il furibondo e il sarcastico sui social. Per una volta non ci sono distanze tra destra e sinistra. Qualche volta le offese alla propria mamma hanno un riflesso positivo: mettono d'accordo i figli, fanno riscoprire l'attaccamento al grembo che li ha generati e li fa essere fratelli. C'è insomma una buona notizia che vale più delle offese da cacciatori di volpi dell'Economist. Gli italiani esistono, e nel loro piccolo s' incazzano. Una dimostrazione di patriottismo che forse perla prima volta esonda dalle questioni calcistiche, e riguarda - scusate la parola grossa - l'onore della Nazione. Guai a chi sfregia l'Italia, ci pensiamo da soli a parlar male di noi stessi. Anche troppo.