Se i bambini sono, da sempre e senza eccezioni, le prime vittime innocenti e inconsapevoli delle guerre, quelli di questa guerra lo sono doppiamente perché nel gioco del vittimismo le loro morti e le loro sofferenze vengono utilizzate per la propaganda più becera. In questa logica della conta rientra anche il comunicato derisorio in cui ieri Hamas affermava che circa 50 ostaggi catturati il 7 ottobre sono morti in seguito ai bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza.
La notizia ovviamente non è confermata, ma non sarebbe una novità dal momento che Hamas ha sempre usato i civili, donne e bambini compresi, come scudi umani. Tra questi peraltro potrebbero tranquillamente esserci anche qualcuno di quei 27 piccoli che i terroristi palestinesi hanno portato via dalle loro case e dalle loro famiglie. Di loro peraltro, come delle decine uccise nell’attacco, non si parla più. Le piccole vittime israeliane di questa guerra sono già dimenticate, superate dall’incessante tam tam filopalestinese che contrappone a queste «poche decine» quelle migliaia di inermi palestinesi vittime dei bombardamenti. «Abbiamo già dimenticato gli ostaggi e il 7 ottobre» ha detto Paolo Mieli all’Aria che tira, «poi il 7 ottobre 2023 fra 50-60 anni sarà ricordato da un sindaco di Roma che porterà delle scolaresche a visitare il luogo dell’attentato. Perché gli ebrei morti fanno effetto al cuore dopo 50 anni, Mentre succede si dimenticano, è accaduto anche in Europa».
I suoi genitori avevano già mandato gli inviti. Amelia Aloni ha 6 anni e i capelli biondi. Di lei, come delle sue cugine gemelline Emma e Yuli di tre anni non si hanno più notizie dal 7 ottobre. Ruth Peretz, 16 anni, amava la musica e, sebbene soffrisse di distrofia muscolare e vivesse su una sedia a rotelle, il padre Erick l’aveva portata al festival di Supernova vicino a Re’im. «Andavano a questi festival perché la rendeva felice e le piaceva», ha raccontato la sorella Ya’arit. «C’erano volte in cui lui la portava con sé e lei non voleva tornare a casa ». Erick e Ruth sono stati trovati morti in quel campo crivellati di colpi. Noya Dan era una ragazza autistica di 12 anni, amava Harry Potter e per lei si era mossa anche la creatrice della saga J. K. Rowling. Invano purtroppo, Noya è stata trovata uccisa abbracciata alla nonna Carmela di 80 anni. «Mamma, c’è stato un forte boom alla porta che mi ha spaventato», diceva la ragazzina in un vocale inviato alla mamma. «Tutte le finestre della casa della nonna sono rotte. Mamma... ho paura». Per giorni la famiglia Dan si è aggrappata alla speranza che Noya e Carmela fossero state rapite. Potremmo anche parlare delle sorella Dafna e Ella Eliakim di 15 e 9 anni, prelevate dal Kibbutz Nahal Oz dopo la barbara uccisione del padre. O di Omer Siman-Tov, ucciso nella vita reale a soli 4 anni, ma non in quella dei social dove sotto la notizia della sua morte e la sua foto qualcuno ha scritto: «È tutto finto e lui è un attore, Hamas non uccide i bambini». Sono poche storie di decine, centinaia, migliaia. Storie che non si devono dimenticare.