L'appello di Bergoglio

Papa Francesco da uomo di fede rompe gli schemi su Kiev

Gianluigi Paragone

Non ho mai assistito a una archiviazione così veloce di una dichiarazione eclatante del papa: di solito il dibattito galleggia per diverso tempo. Stavolta no, stavolta il foto ritocco della principessa Kate merita più commenti e riflessioni di quel che Bergoglio ha lanciato sui conflitti in Ucraina e a Gaza. Perché? Forse perché il gesuita Bergoglio ha rotto ogni schema lasciando nella stanza l’elefante.  Forse perché ha spiazzato il fronte di chi era convinto di poter stare nel tempio a predicare convinto di stare dalla parte della Ragione in sé, la Ragione che non ha dubbi. 
 

Papa Francesco è il solo che può parlare di pace e di mediazione dando piena sostanza alle due differenti parole. Pace è la parola che più di tutte il Santo Padre ha evocato, in termini alti, spirituali, metapolitici: una pace che, in tempo di quaresima come prima in tempo di avvento, si riempiva di speranza, di invocazione, di preghiera. Una pace per il bene di tutti, senza condizioni.  È quella pace che vive nella spiritualità, perché gli uomini inciampano sempre: non è mai esistito un tempo senza un conflitto da qualche parte (consiglio la lettura di un bel saggio, Disordine Mondiale di Manlio Graziano sul perché viviamo in un’epoca di crescente caos). La pace illimitata e incondizionata come il più bel regalo che gli uomini potrebbero farsi. Ma - appunto l’uomo segue altre dinamiche.

 

 

Nell’intervista alla tv svizzera però il Santo Padre parla di mediazione e quindi, con la raffinatezza culturale del gesuita, trasla dalla parola alta “pace” alla parola politica “mediazione”, “negoziazione”. Ed è qui che spiazza. La “pace” dell’uomo di Chiesa è la pace come intervento dello Spirito Santo che quindi congela e pareggiai torti, costringe il cattivo a fare i conti con il suo io malvagio. Insomma è una “pace” che solo gli uomini e le donne di profonda fede, attraverso la preghiera, possono contribuire a creare. Quando Bergoglio trasla nel qui e ora il suo stesso desiderio, ecco che spiazza. Fa paura. Persino... indigna perché- come scrive Stefanini sulla Stampa - compromette l’autorità morale della Chiesa parlando al solo Zelensky e quasi sottintendendo di volerci arrendere a Putin, cioé al Male. Invece Papa Francesco fa altro. Mette sull’asse cartesiano i fatti per quelli che sono: le sanzioni contro la Russia non sono servite, Putin sta vincendo la guerra ed ha uomini e mezzi per andare avanti. Non sta dicendo che ha ragione Putin, per quanto in passato ancora una volta aveva avuto il coraggio di mettere sul tavolo tutti gli elementi dell’analisi arrivando a parlare delle responsabilità della Nato («L’abbaiare della Nato alle porte della Russia»); ci sta invece avvertendo del fatto che rebus sic stantibus non c’è alternativa alla mediazione se non si vuole proseguire su un crinale molto pericoloso. L’uomo di fede interseca il capo della Chiesa e ci sta obbliga a quella verità dei fatti che modifichiamo.

 

Lo schema si fa sempre più binario: Kiev sta perdendo, se l’Occidente vuole fermare Vladimir Putin o lo sconfigge militarmente e quindi l’Europa e l’America devono entrare in guerra accanto all’Ucraina (con tutto quel che ne consegue), oppure bisogna costruire i presupposti di una negoziazione che sicuramente concederà a Putin qualcosa di quel che vuole ma deve disegnare un nuovo equilibrio superiore per cui non conviene più a nessuno rompere tale rinnovato ordine mondiale. Tutto il tempo in mezzo sarà solo una conta di morti e di disperazione.