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La Grecia cancella 300mila fuoricorso: cosa succederebbe se lo facessimo qui?

Il parcheggio era troppo affollato e i posti sempre più immobilizzati. Adesso Atene li ha sgomberati istituendo il divieto di sosta selvaggia all’università
di Marco Patricelli martedì 6 gennaio 2026

3' di lettura

Il parcheggio era troppo affollato e i posti sempre più immobilizzati. Adesso la Grecia li ha sgomberati istituendo il divieto di sosta selvaggia all’università. Il ministero dell’Istruzione ha fatto tabula rasa della bellezza di ben trecentomila studenti iscritti prima del 2017, escludendoli dagli elenchi degli atenei pubblici. Poco più del 10% sono riusciti invece a rinnovare l’iscrizione. I fuoricorso erano alimentati dalla politica del cosiddetto apprendimento permanente, peraltro da poco vietato con una legge ad hoc, che consentiva l’iscrizione anche in caso di lunghe sospensioni dagli studi per motivi di lavoro. La falce del ministero di Atene si è abbattuta dopo il colpo di martello dimezzando gli elenchi di 25 università pubbliche, consentendo la prosecuzione degli studi solo agli attivi. I criteri sono quelli di consentire una mirata pianificazione dei corsi e degli investimenti, rendendo più formative e più competitive le università greche nelle graduatorie internazionali, aumentando così il peso specifico della laurea.

In Grecia, peraltro, i corsi di laurea nelle università pubbliche sono finanziati dallo Stato e i cittadini dell’Unione Europea non pagano retta. Fosse accaduto in Italia, il primo venerdì non festivo in calendario sarebbe già stato barrato con una croce dalla Cgil di Maurizio Landini per lo “sciopero generale” contro le politiche repressive del governo. La sinistra sarebbe scesa in piazza contro il classismo socio-economico e la negazione del diritto allo studio di tutti, e contro il “fascista” dovere di studiare. I centri sociali già ribollirebbero sotto la guida dei fuoricorso pronti a okkupare i templi dell’indottrinamento nozionistico.

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Elly Schlein ipnotizzerebbe le telecamere con gli occhi più vitrei e sbarrati del solito imponendo lo stesso penultimatum di sempre a Giorgia Meloni, ovvero di riferire alle camere, ma con i sottotitoli di televideo per pura chiarezza. Giuseppe Conte, pur mangiandosi qualche sillaba per vizio congenito di contrazione lessicale, se la prenderebbe pure con l’ex amico Donald Trump che non lo chiama più Giuseppi e non gli ha fatto neanche la telefonata di auguri a Natale non ricordandosi di lui. Il duo d’avanspettacolo della sinistra rossoverde, la premiata ditta Fratoianni&Bonelli sempre a caccia di fenomeni, individuerebbe subito il più anziano fuoricorso per proporgli un seggio in parlamento da far scattare poco prima del pensionamento per vecchiaia.

Qualche rettore sempre in corrispondenza di amorosi sensi con la protesta potrebbe ritrovarsi con la poltrona in pericolo dopo aver visto il crollo verticale degli iscritti nominali, e qualche professore che ex cathedra ammannisce lezioncine politiche invece che lezioni accademiche rischierebbe persino il posto. Ma possono stare tranquilli. L’Italia non è la Grecia, e anche se la faccia e la razza sono la stessa, nel Belpaese è difficile che l’università venga razionalizzata come hanno fatto nella patria della democrazia. Da noi essere studente fuori corso può essere una vocazione che diventa persino una professione. Altri invece, credendo nei tempi universitari e impegnandosi per starci dentro facendo della laurea un trampolino di crescita personale e professionale, risucchiati nei grandi numeri prendono poi la via dell’estero. E bye bye anche agli investimenti che lo Stato ha fatto sudi loro.

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