Una marea umana che si è impossessata sabato sera del centro di Teheran e scontri violenti in tutte le altre città del paese. A Karaj, capoluogo della provincia di Alborz, subito a ovest di Teheran, le immagini mostrano interi palazzi in fiamme nel centro cittadino. Sono pochi, ma raccontano tutti la stessa storia, i video diffusi dalle agenzie internazionali nelle ultime ore dall’Iran, dove la protesta assomiglia sempre più a una rivoluzione che il sistema di potere khomeinista cerca di reprimere.
Neppure durante la guerra dei Dodici giorni dello scorso giugno, quando prima Israele prima e poi anche gli Stati Uniti avevano bombardato l’infrastruttura militare e di sicurezza della Repubblica islamica, la teocrazia sciita aveva scricchiolato così forte.
Allora l’espressione regime change, cambio di regime in italiano, era stata solo sussurrata; sette mesi dopo, la fine del potere assoluto degli ayatollah appare come la soluzione che il popolo iraniano reclama. Popolo al quale ieri ha espresso solidarietà prima il segretario di Stato americano Marco Rubio scrivendo su X: «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo dell’Iran», seguito dal presidente Donald Trump, che su Truth ha postato una frase lapidaria ma significativa: «L’Iran sta guardando alla Libertà, forse come mai prima d'ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!». Chi dagli Usa ha rivolto un appello alla rivolta contro gli ayatollah è Reza Pahlavi, il 65enne, erede dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi.
Diventato un simbolo delle proteste contro la Repubblica islamica, il principe Pahlavi ha chiesto ai manifestanti di scendere in piazza sabato e domenica dalle 18 e ha invitato «i lavoratori di settori chiave dell’economia, in particolare di trasporti, petrolio, gas ed energia ad attuare uno sciopero nazionale». E poi ancora: «Preparatevi fin da ora a rimanere in strada» e «tornerò presto in patria». Il suo appello a portare per strada i simboli della Persia pre-khomeinista è stato ascoltato anche all’estero: a Londra un gruppo dimostranti ha ammainato la bandiera della Repubblica islamica dalla facciata dell’ambasciata iraniana issando lo stendardo imperiale. A Milano, durante la manifestazione organizzata dall’Associazione Italia-Iran, manifestanti hanno tolto la targa del regime teocratico dalla sede del consolato e proiettato la scritta “Freedom” sull’edificio.
La guerra dei simboli è anche online: la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha rimosso la bandiera dell’Iran dal proprio account X (l’ex Twitter), dopo che Elon Musk ha sostituito il simbolo rosso della Rivoluzione islamica dalla bandiera iraniana su X, rimpiazzandolo con il leone imperiale.
Ma se in Occidente manifestare si può, in Iran scendere in strada può costare la vita. A Teheran, dove la moschea Al Rasul è stata data alle fiamme, sei ospedali cittadini hanno registrato un record di 217 manifestanti uccisi; d’altronde, il sistema di sicurezza, dai Guardiani della Rivoluzione ai paramilitari Basij, è scatenato contro i rivoltosi che continuano a inneggiare al ritorno dello scià. Sette agenti delle forze di sicurezza iraniane sono morti negli ultimi giorni nella provincia nord-orientale di Razavi Khorasan e in quella settentrionale di Qom, secondo Tasnim, l'agenzia di stampa dei pasdaran. Come un disco rotto, i governanti continuano a puntare il dito contro gli Usa e Israele – ieri lo ha fatto di nuovo il ministro degli Esteri Abbas Araghchi – un esercizio più facile che rimettere in discussione 47 anni di regime, abusi, repressione, malgoverno e finanziamento del terrorismo internazionale. Una miscela che negli ultimi mesi ha portato alla peggiore crisi economica, ma anche ecologica, se si considera che a Teheran l'acqua del rubinetto scarseggia.
Se regime change sarà resta da capire chi oggi sia in grado di prendere le chiavi dell’ex Persia, un Paese cinque volte e mezzo più esteso dell’Italia con una popolazione multietnica di 92 milioni di abitanti.