Tutto quello che al regime comunista dell’Avana è rimasto da offrire è la carne da cannone. E migliaia di giovani cubani senza speranze, per una paga di duemila dollari al mese accettano di andare a rischiare la vita sul fronte ucraino. Del resto, in patria ne guadagnano appena 20 e non bastano per sopravvivere. Ai tempi di Ernesto Che Guevara, il castrismo diffondeva la guerriglia rivoluzionaria in tutta l’Iberoamerica e in parti dell’Africa, con il pretesto di combattere l’imperialismo americano, anche se per portarli nell’orbita dell’Unione Sovietica. Ora invece la fame e la povertà costringono i cubani a integrarsi nel disegno egemonico della Russia di Vladimir Putin. Alcuni sono attirati da false promesse di lavoro o alti guadagni, altri vengono trasferiti sui campi di battaglia con la piena consapevolezza di andare a uccidere e perfino con il coinvolgimento delle istituzioni dell’Avana, che inviavano personale anche in Venezuela e Bielorussia. È una strategia più ampia e di lunga data per esportare manodopera a sostegno delle dittature alleate, spiega l’europarlamentare Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia nel gruppo Ecr - Conservatori e riformisti europei- al Parlamento di Strasburgo. «Questo schema non si è limitato agli attori militari, ma ha coinvolto anche l’uso sistematico e coercitivo di professionisti civili, in particolare medici e operatori sanitari, presentati come cooperazione umanitaria, mentre sono al servizio di meccanismi di controllo politico ed economico». Per questo, dovrebbe cessare la collaborazione, non più sostenibile, fra le istituzioni comunitarie e l’oligarchia caraibica: «Dobbiamo sospendere il pilastro politico del PDCA Ue-Cuba». Altrimenti, con i fondi destinati allo sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo, si finisce per finanzia la legione straniera, ormai stabilmente inquadrata nell’Armata Rossa. Al Cremlino conviene rifornirsi di mercenari all’estero perché, con poca spesa, può evitare lutti fra la popolazione russa e il malcontento delle famiglie dei caduti, che eroderebbero il già scarso consenso verso la guerra e le gerarchie militari e politiche.
Le truppe provenienti da Stati totalitari sono già numerose, la Corea del Nord rappresenta il primo gruppo per dimensioni, ma la divisa di Mosca ormai è indossata anche da cittadini della Sierra Leone, della Somalia, del Nepal, secondo quanto testimoniano le periodiche catture da parte dell’esercito di Kiev. Attualmente, vi sono «166 prigionieri provenienti da 40 Paesi», rivela Andrii Yusov, portavoce della Direzione dell’Intelligence del ministero della Difesa ucraino. Mancano invece dati aggiornati sulle vittime falciate dal fuoco nemico. Nel maggio scorso, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky riferiva di oltre 3.000 soldati nordcoreani morti o feriti, principalmente nella regione russa di Kursk, mentre in novembre il network di oppositori Cubanet informava di «centinaia di cubani morti» la cui identità non era ancora stata accertata e aveva diffuso un elenco di 1.028 cubani reclutati dalla Russia, dei quali oltre 40 deceduti identificati.
Ma ieri il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, è intervenuto alla manifestazione organizzata dal governo nela capitale davanti all’ambasciata Usa per protestare contro l’uccisione di 32 ufficiali cubani in Venezuela nel raid statunitense del 3 gennaio scorso in cui è stato destituito e arrestato Nicolás Maduro e chiedere il rilascio dello stesso Maduro. Se avesse evitato di mandarli a fare le guardie del corpo del dittatore di Caracas, probabilmente quei suoi connazionali sarebbero ancora vivi.