Secondo il «World Economic Outlook», pubblicato ieri dal Fondo monetario internazionale, l’economia della Repubblica Popolare Cinese crescerà del 4,2% nel 2026 e del 4 nel 2027. Rispetto ai dati di ottobre, le previsioni sono migliorate dello 0,2 per il 2025 portando la crescita annua al 5%, dello 0,3% per il 2026, ma peggiorate dello -0,2% per il 2027. Gli aumenti, dice l’Fmi, si debbono agli stimoli del governo, all’aumento di prestiti bancari per gli investimenti e alla tregua commerciale concordata in novembre con gli Stati Uniti che ha ridotto enormemente i dazi sui beni cinesi. Quanto alla flessione dell’anno venturo, la colpa è di «difficoltà strutturali», scrive l’Fmi: prima su tutti la voragine demografica in cui annaspa anche la Cina comunista.
Nel 2025 il tasso di natalità è stato il più basso dal 1949, anno in cui il Partito Comunista di Mao Zedong prese il potere iniziando le rilevazioni. Oggi, dopo certe timidezze dettate dalla paura psicologica di mostrare al mondo il volto vero del Paese, non ne fa più mistero nemmeno l’Ufficio nazionale di statistica, sempre ligio alla linea del Partito per il quale il numero è forza, militare o economica, tanto è lo stesso. Nel 2025 la popolazione è scesa a 1,405 miliardi, ovvero circa 3,39 milioni in meno rispetto al 2024. I nuovi nati sono stati 7,92 milioni contro i 9,54 milioni del 2024, calando cioè del 17%, e il tasso di natalità ha appunto raggiunto il minimo storico: 5,63 nati ogni mille abitanti. Nello stesso periodo i decessi sono saliti a 11,31 milioni, con un tasso di mortalità dell’8,04 per mille, il livello più alto dal 1968, nel cuore della famigerata Rivoluzione Culturale che causò milioni di vittime. Il numero assoluto dei cinesi diminuisce però dal 2022, un tracollo. Nel 2024 si registrò sì un lieve aumento di matrimoni e nascite, ma fu un evento passeggero, in buona parte dovuto a fattori culturali. Correva infatti l’Anno del Drago, che la cultura cinese ritiene propizio per mettere su famiglia. E se il 2026 è l’Anno del Cavallo, neutro, il 2027 sarà l’Anno della Pecora, tradizionalmente considerato infausto.
A nulla sono serviti gli incentivi del governo. Tutto ha origine nella cosiddetta «politica del figlio unico», che il regime impose dal 1979 al 2015 come soluzione estremista e maldestra per arginare l’effetto delle catastrofi prodotte dal collettivismo marxista e dalla corsa forsennata alla industrializzazione volute da Mao. La cura si rivelò però peggio della malattia e quindi il regime rovesciò quella politica nel suo contrario, spingendo sulle nascite che lo Stato consentì progressivamente fino a tre figli per coppia a colpi di finanziamenti alla fertilizzazione in vitro, rincaro dell’Iva sui preservativi, sussidi, bonus, congedi parentali e forti “consigli” a dirigenti e quadri di figliare per il Partito. Ma niente, anche perché decenni di anti-natalismo hanno inciso sui cinesi con una profondità che neanche il denaro riesce a colmare.
I cinesi sono insomma sempre meno, il 23% è over-60 (nel 2023 saranno 400 milioni) e il sistema pensionistico stenta. Dicono le Nazioni Unite che, di questo passo, entro il 2100 i cinesi potrebbero essere la metà di quanti sono oggi. Tra l’altro, la Cina comunista è un Paese che tutti scansano e quelli che ci nascono scappano. L’immigrazione è praticamente zero e i fuggitivi hanno segnato il record nel 2025. Elaborando dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la ong Safeguard Defenders, che, base a Madrid, dal 2019 monitora i movimenti demografici nella Cina comunista, calcola in 178,725 i richiedenti asilo che lasciano la Cina alla volta soprattutto di Canada, Stati Uniti e Italia. Il totale dell’era Xi Jinping sale insomma a 1.330.000 fuggitivi contro i 162mila del tempo del suo predecessore, Hu Jintao. L’aumento vertiginoso degli espatri si è verificato dopo le restrizioni draconiane dovuta al Covid. La Cina, per parafrasare T.S. Eliot, scomparirà non col botto, ma con un gemito?