«Grazie Italia. Voglio dire a tutti, in italiano, grazie mille a Giorgia Meloni e a tutti i padri e le madri italiani. Senza l’Italia, che è venuta in Svizzera per fare giustizia, non saremmo qui oggi; senza la Meloni non potremmo fare niente, voglio andare in Italia, terra accogliente e dove tutti sono una famiglia. Spero che anche Emmanuel Macron e la Francia vengano qui». L’uomo che parla è uno svizzero, anche se indossa la maglietta della nazionale azzurra, gesto politico che nulla ha a che vedere con la tifoseria calcistica. Le parole sono forti, il suo dolore è inconsolabile ma portato con dignità.
VERITÀ
Si chiama Christian, è il padre di Tristan, uno dei sette giovanissimi calciatori della squadra del Lutry, centro di diecimila abitanti, morti nel rogo de La Constellation. Con gli altri suoi concittadini che hanno perso i figli, regge un lungo striscione nel quale chiede verità e giustizia e confessa tutta la propria sfiducia per come si sta muovendo la procura di Sion e per l’incapacità della Confederazione di tutelare le famiglie delle vittime. Anche nelle valli elvetiche, l’inconcludenza del governo di Berna contribuisce a diffondere sempre più il sospetto, tra i cittadini, che il federalismo giudiziario sia un pretesto, un sistema sbagliato che consente ai vallesani di nascondere le responsabilità dell’amministrazione di Crans Montana e offre allo Stato la scappatoia per non intromettersi, aspettando che il tempo attenui il clamore.
Nella marcia di Lutry, tenutasi a 30 giorni dalla strage, è esploso tutto il malessere degli svizzeri nei confronti delle loro autorità. Nei confronti della Confederazione si sono sentite parole come «mafia, corruzione, menzogna»; viceversa l’Italia è vista come la speranza, la sola corda tesa alla quale aggrapparsi. «I contatti con le autorità federali sono stati quasi inesistenti; al contrario, il consolato italiano si è subito attivato, come quello francese», lamenta Hugues Blatti, il padre di un 18enne rimasto gravemente ferito nell’incendio e tuttora ricoverato. La tragedia di Capodanno sortisce effetti inimmaginabili solo trentadue giorni fa. La precisa e calvinista svizzera sembra una terra levantina, che mischia pressappochismo a menefreghismo, inefficienza a impunità. Per la prima volta nella storia, gli svizzeri vorrebbero essere italiani. Si sentono loro i discriminati, i cittadini di serie B. A spargere il sale sulle ferite di certezze nazionali ridotte in cenere è la stessa stampa svizzera. I media elvetici in un primo momento hanno reagito alle critiche al sistema federale, sempre più simile a un gioco dei quattro cantoni, dove le responsabilità vengono rimpallate per sfumarle, alzando il ponte levatoio dell’orgoglio patrio ferito. Come vi permettete di ingerire nei nostri affari, qui da noi la magistratura è potere autonomo dalla politica? era il ritornello diffuso. Poi è arrivato il tempo del ripensamento. Ieri un editoriale del Blick, quotidiano popolare ma di alto livello di Zurigo, ha sganciato la bomba: «Il gioco di potere dell’Italia nel caso Crans paga. Come Giorgia Meloni domina il Vallese» è il titolo dell’editoriale a firma Rolf Cavalli, che descrive la mossa del ritiro del nostro ambasciatore da Berna come un capolavoro diplomatico. «Roma ha violato un tabù», scrive il commentatore, «mossa populista ma calcolata ed efficace, perché il punto non era la giurisprudenza ma aumentare la pressione sul Vallese».
BRACCIO DI FERRO
L’analisi si inserisce in una sorta di braccio di ferro che è partito dopo il rogo tra i cantoni tedeschi, dove ha sede il governo federale, e quelli di lingua francese. Più Berna tenta di estendere il potere statale con la cosiddetta moral suasion e prova con le buone a convincere la Procura di Sion ad accettare l’aiuto di una commissione federale, più la magistratura vallesana si arrocca. Presa d’assedio, se deve cedere, la procuratrice Beatrice Pilloud preferisce farlo nei confronti dell’Italia, che pure usa le maniere forti, e alla quale ha prima concesso l’accesso agli atti di indagine e presto il potere di affiancarla nel suo lavoro ispettivo con una squadra di esperti. Sono le distorsioni del federalismo quando diventa campanilismo: meglio venire a patti con gli stranieri piuttosto che con i vicini, meglio farsi bistrattare dagli sconosciuti piuttosto che dai famigli. Se a tifare Italia poi ci si mettono anche le famiglie delle vittime svizzere e i loro avvocati, la Caporetto elvetica è totale. Il combinato disposto di Berna e Sion rischia di far più danni all’immagine della Confederazione dei coniugi Moretti, una coppia alla deriva la cui unica salvezza è aver combinato un disastro del genere nel Vallese. Perché la loro Corsica li avrebbe trattati diversamente...