Sulla strage di Crans-Montana ora piomba il racconto di supertestimone. Si tratta dell'uomo che nella notte di Capodanno ha aperto una porta laterale del locale Le Constellation, permettendo a più di quindici ragazzi di salvarsi dal rogo. Un eroe, insomma. Oggi Paolo Campolo punta il dito contro i soccorsi, parlando apertamente di falle, ritardi e di un sistema che non avrebbe retto all’emergenza.
Campolo, 55 anni, vive da tempo a Crans-Montana. La figlia Polina era all’interno del locale quando l’incendio è divampato. Quando l’ossigeno ha iniziato a mancare, racconta, il fuoco bruciava già da oltre un’ora e i ragazzi sopravvissuti erano stesi sull’asfalto ghiacciato, a meno undici gradi. "È in quel momento che ho capito che qualcosa non stava funzionando. Non era una questione di ritardo. Era evidente che il piano catastrofe non fosse stato attivato", rimarca.
Secondo il suo racconto, di cui dà conto Il Messaggero, per molto tempo non sarebbe arrivato ciò che serviva davvero. "Solo dopo un'ora abbiamo visto le prime tre ambulanze. Prima, niente". E ancora: "Per due ore non c'erano barelle, non c'erano bottiglie d'ossigeno, non c'erano coperte isotermiche. Non c'erano perfusioni, né personale per reidratare o somministrare analgesici. Non c'erano tende". Due ore che, sottolinea, per ragazzi ustionati e intossicati "sono un'eternità".
Campolo insiste su un punto preciso: l’esistenza di mezzi che fanno parte del piano catastrofe e che quella notte non sono mai arrivati. "A quaranta minuti da Crans-Montana, a Visp e a Monthey, ci sono due camion della protezione civile sanitaria, i véhicules de soutien sanitaire. Non sto parlando di mezzi teorici. Io li conosco, li ho visti operare". Mezzi, spiega, "equipaggiati per le disintossicazioni, hanno ossigeno per 40 persone ciascuna e tende riscaldate". Ma quella notte, ribadisce, "io non li ho mai visti".
L’ossigeno diventa il simbolo dell’emergenza. "Dopo due ore non ce n'era più. Una bombola ogni dieci intossicati. Ce la passavamo, letteralmente di mano in mano". Una scena che si ripete: "Chi respirava peggio veniva aiutato per qualche minuto, poi la maschera passava a un altro". Campolo chiarisce di non voler accusare singole persone. "Non sto dicendo che qualcuno non abbia fatto il proprio lavoro". Ma la domanda resta sospesa: "Parlo di un sistema. Se non vengono attivati in una situazione del genere allora quando?", conclude.